lunedì 28 settembre 2015

Quando passava Ingrao

Ho iniziato ad andare alle manifestazioni dodici anni. Età in cui i miei genitori decisero che ero abbastanza grande da farmi qualche chilometro a piedi nelle folle senza disturbare troppo. Da allora sarò stato in qualche decina di cortei. In quelli più importanti, dalla marcia contro la guerra in Iraq alla manifestazione di Cofferati per l'art. 18, c'era sempre il momento in cui, fra il vociare della folla e gli slogan, tutti si facevano improvvisamente zitti e circolava la voce "passa il compagno Ingrao".
A volte lo diceva pure gente che prima di farsi chiamare "compagno" da qualcuno si sarebbe fatta sparare.

C'era sempre questo enorme rispetto per Ingrao. Lo stesso rispetto che si porta ai monumenti antichi. Si poteva non essere d'accordo con lui ma quando passava si aveva sempre l'impressione forte di trovarsi di fronte a un sopravvissuto. Un uomo che era riuscito ad attraversare la storia senza farsi piegare dagli anni e dagli eventi. E soprattutto che c'era riuscito rimanendo coerente con se stesso e con ciò che amava, senza rinchiudersi nell'adorazione del passato ma vivendo il presente e le sue lotte, cercando di essere utile.

Ecco, credo che il modo migliore di ricordarlo, sia dire che c'era. In ogni momento, dopo ogni disastro, per ogni lotta, lui c'era sempre.


venerdì 18 settembre 2015

martedì 8 settembre 2015

Mai giudicare dalla copertina: le prime quindici vite di Harry August

Sono secoli che non scrivo due recensioni in un mese. Stavolta dovevo assolutamente farlo per segnalarvi "Le prime quindici vite di Harry August".

Copertina orrenda, ottimo libro (ndr.)
L'autore:  Claire North è lo pseudonimo per le storie di fantascienza di una bravissima scrittrice inglese, dalle nostre parti ancora relativamente sconosciuta, di nome Catherine Webb. Impegnata nel fantasy da quando aveva quattordici anni, anche sotto l'altro pseudonimo di Kate Griffin, ha esattamente la mia età ed è anche carina. Internet non fornisce informazioni sulla sua vita sentimentale. Sarà impegnata? Chissà.
Ma di cosa stavo parlando? Ah sì, l'autore. Dicevo, normalmente mi approccio con molta diffidenza ai libri di fantasy e fantascienza scritti da donne. Non per misoginia, o almeno spero, ma per la tendenza delle scrittrici, abbastanza diffusa purtroppo, a mettere al centro di ogni storia una protagonista femminile con i drammi esistenziali del genere (anche senza citare la Troisi, paragone infausto visto che difficilmente si può ritenerla una scrittrice, basta prendere ad esempio la saga del Giglio della Bradley e compagne... Dio mio, che palle). Intendiamoci è legittimo, ma non è esattamente il tipo di storia che mi piace leggere. Catherine Webb invece se la ride alla grande dei miei pregiudizi e mi tira in faccia quattrocento pagine di storia immerse nella mente di Harry August, maschio bianco inglese che attraversa il ventesimo secolo. Ma quello che me la rende particolarmente simpatica è questa intervista in cui alla domanda "perché non hai scelto una protagonista femminile per la tua storia?", risponde: 
The biggest reason for writing a male protagonist was the history of the 20thcentury itself. When Harry August is born, women still don't have the vote; by the time he dies, the women's rights movement is a loud voice fighting battles across the world. The change in society in that century is massive, but women were – and are still – discriminated against. Knowing what I do of my own politics, it seemed unlikely that I'd get through the book without being drawn massively into the world of gender politics and the changing battle for women's rights throughout the century, and while this is vitally important and a story that must be told, the story of the kalachakra didn't feel like the right way in which to tell it. Writing a male protagonist, therefore, allowed me to focus on the story of the Cronus Club that seemed most appropriate to the narrative.
Ecco, questo paragrafo andrebbe inciso sul bronzo, incorniciato in argento, e sbattuto fortissimo sulla testa di gran parte dei sedicenti scrittori. "Volevo parlare di alcuni temi . Ma una protagonista femminile nel contesto del XX secolo non sarebbe stata verosimile per la storia che avevo in mente: si sarebbe dovuta occupare di altro. Quindi ho scelto un protagonista maschile". Da che si capisce che:
1) ha studiato il periodo storico in cui voleva ambientare la storia;
2) invece di inventarsi assurdità, ha modificato la storia per renderla credibile nell'ambiente scelto.
Forse la letteratura mondiale si può ancora salvare, dopotutto.

La trama: Harry August è un uruborano. Già la definizione è fantastica. L'uruboro è il serpente che si mangia la coda che compare in diverse civiltà, dall'antico Egitto alla mitologia norrena. 
Simbolo dell'eterno ritorno e della struttura ciclica del tempo, viene messo in relazione al popolo a cui Harry scopre di appartenere al termine della sua vita. A differenza dei "lineari", ovvero delle persone normali, gli uruborani alla morte si reincarnano. Non in altre creature, come nell'induismo, ma nei se stessi appena nati. Come un eterno circolo, continuano a rinascere come se stessi, nello stesso giorno e nello stesso luogo, conservando tutti i ricordi delle vite passate. Possono così agire quasi impunemente attraverso il tempo, visto che ogni incidente o disgrazia, anche mortale, ha l'unico inconveniente di un ritorno all'infanzia. Unico divieto, su cui vigila il Cronus Club, è l'alterazione del corso degli eventi, la cui conseguenza potrebbe essere la mancata nascita degli uruborani e quindi la loro effettiva morte. Il libro è quindi la storia delle prime quindici vite del protagonista, raccontata in prima persona, spese fra le infinite variazioni, gli incontri, i pericoli e gli inganni.

Tematica: praticamente infinita. Si va dalla ricerca dell'io, al senso dell'esistenza, alla ricerca di Dio, alla meccanica quantistica, alla possibilità dell'uomo di influire sulla storia, alla complessità del mondo e ai problemi etici dell'agire contrapposti all'inazione. Una varietà amplissima tenuta insieme in modo organico e mai vago.

Punti di forza:
- ambientazione attentamente studiata, sia negli aspetti storici, sia nelle variabili fantascientifiche;
- verosimiglianza;
- scrittura fluida, mai banale;
- il protagonista è simpatico e molto umano... a volte ci si dimentica dell'importanza di un protagonista in cui sia facile identificarsi;
- un buon cattivo: l'esistenza di un antagonista credibile è altrettanto importante.

Punti di debolezza:
- la copertina incredibilmente brutta... non farà mai successo in Italia con quella copertina

Giudizio finale: 8,5
Per prendersi un 10 la scrittrice doveva chiamarsi Simone de Beauvoir, il protagonista Fosca e il romanzo "Tutti gli uomini sono mortali". Ma sarebbe stato un altro libro, con altre tematiche estremamente più profonde. Il fatto che il paragone mi sia venuto in mente giustifica però l'8,5. Leggetelo. Ne vale veramente la pena.

venerdì 4 settembre 2015

Leopardi e Recanati

Giusto due parole su una questione che mi suscita estrema ilarità. Complice la nuova moda di Leopardi, derivata da film come "Il giovane favoloso", sembra che Recanati stia vivendo un vero e proprio boom turistico (22.000 turisti in due mesi), tanto che il Sindaco è stato costretto a mettere una zona ztl in paese (wow, siamo entrati nel ventunesimo secolo, bravi) e promette grande sviluppo nell'industria dell'accoglienza. Il TG1 registra il fenomeno e si produce in un breve servizio che casualmente ho occasione di vedere due giorni fa. 

Lasciamo perdere la tizia iniziale. La tradizione impone che ogni servizio televisivo che faccia riferimento al mondo della cultura, si apra con una dichiarazione imbarazzante. "E sai, a me interessa tanto Leopardi perché da giovane era così cupo e triste"... è morto di malattia a 39 anni, porca troia, non è che abbia avuto tutto questo tempo per diventare un vecchietto arzillo.
Ma a parte questo, mi fa sbellicare l'idea che la gente accorra a visitare Recanati (non che ci sia qualcosa di brutto, a livello naturalistico è bellissima) per vedere i luoghi del poeta, dopo aver visto il film. Per la semplice ragione, che Leopardi odiava Recanati.
Seriamente, Leopardi odiava il suo paese, odiava la gente che ci viveva, odiava l'idea di abitarci. L'unica cosa che apprezzava veramente, di Recanati, era la biblioteca del padre che, paradossalmente, aggravava la situazione iniziale. In che senso? Mi spiego. Immaginatevi un tizio con una mente geniale. Non geniale come quella di vostro cugino che va tanto bene in matematica e la maestra gli da sempre 8 nei temi di italiano. No, geniale come un tizio che a quindici anni inizia a studiare greco, da autodidatta ovvero da solo, e a sedici sta già traducendo la Titanomachia di Esiodo. Per fare un parallelo in campo scientifico, è un po' come un tizio iniziasse a studiare oggi la geometria euclidea e lo ritrovaste fra un anno a speculare sulla curvatura dello spazio secondo la relatività di Einstein.
Ecco, ora prendete questo tizio, rendetelo gobbo e malaticcio e mettetelo a vivere in un posto dove la persona più erudita è un prete di campagna e in cui il livello medio di istruzione consiste in "so come preparare la biada per il cavallo". Tipo che il padre, nel 1812, decide di aprire la biblioteca privata alla cittadinanza facendo bella figura senza sforzo visto che resta permanentemente vuota perché nessuno sa leggere. Aggiungeteci che siete a inizio '800 in provincia di Macerata nelle Marche. In altre parole trasferirsi nella città più vicina, con una vita culturale degna di questo nome, è un atto paragonabile al volare in Australia ai giorni nostri. Aggiungeteci che ogni giorno siete trattato come un mostro strambo (lo chiamano "il gobbo di Montemorello") da gente che riesce a contare fino a venti solo perché va in giro scalza e può usare anche le dita dei piedi. I suoi coetanei lo accolgono con simpatici motteggi, tipo: «Gobbus esto fammi un canestro: fammelo cupo gobbo fottuto».
Voi come reagireste?
Lui reagiva così:

Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.
Le ricordanze, XXII 
Diciamo che vivere a Recanati gli stava leggermente sul culo? Personalmente sospetto un circolo vizioso continuo. Nel senso che gli piaceva leggere, la gente lo guardava come un essere innaturale, allora si rinchiudeva a leggere per evitare la gente, che lo vedeva sempre più colto e quindi lo rifiutava spingendolo ancora a leggere ecc. 
Fatto sta che gran parte dei suoi sforzi per farsi accettare nel mondo culturale dell'epoca erano rivolti a trovare abbastanza soldi per andarsene via di casa. Roma, Milano, Firenze, Napoli, tutta la vita di Leopardi è stata uno sforzo immane per stare ovunque, tranne che a Recanati. Ogni volta che ci tornava, si riferiva al paese come a una prigione e a casa sua come a una tomba. Per dire eh.

Ma la cosa che mi fa più sbellicare sono le gite turistiche alla siepe sull'ermo colle, in cui si decanta il panorama. Capisco che la parafrasi delle poesie sia una di quelle cose brutte brutte che insegnano a scuola e quindi non piaccia, mi permetterei però di attirare la vostra attenzione proprio sui primi versi:



Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
G. Leopardi, I canti, XII - L'infinito, vv. 1-3 
Il guardo è lo sguardo. Letteralmente, la siepe gli è cara perché gli impedisce la vista di gran parte del panorama. In altre parole, il panorama era l'ultima cosa che voleva vedere. Grazie all'impedimento della siepe poteva immaginarsi che ci fossero interminati spazi al di là da quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete. Quindi visitare un colle perché vi si vede un panorama che Leopardi era felice di non poter vedere così poteva far finta di essere altrove beh... non è esattamente la cosa più sensata del mondo.

NB. non vorrei che tutto questo passasse come una critica al turismo a Recanati. I posti sono bellissimi. Andateci.

mercoledì 2 settembre 2015

Libri fantasy che invece sono fantascienza: La Trilogia dei Fulmini

Come prima recensione del dopo estate (anche se l'estate tecnicamente non è ancora finita) abbiamo il maxi-volume che forse avrete visto campeggiare nella vostra libreria di fiducia. Parliamo della Trilogia dei Fulmini di Mark Lawrence.
Non chiedetemi cosa centrino i fulmini (ndr.)

Pubblicità: dopo decine di libri recensiti, credo sia il momento di introdurre una nuova sezione. Ovvero: "come viene presentato da chi dice di averlo letto" aka "gente pagata per dire che...":

«Fantastico. Il nuovo George R.R. Martin.»
Conn Iggulden
Ok. Lo dicono di chiunque abbia un libro con gente che usa spade. Non significa niente. Adesso va di moda Martin quindi sono tutti il nuovo Martin. Prima erano tutti il nuovo Tolkien. Frasi come questa possono essere considerate di servizio.

«Una spietata storia di sopravvivenza e conquista, in un mondo brutale medievaleggiante.»
Terry Brooks
Già meglio. Sembra che Brooks abbia almeno letto il risvolto di copertina. Effettivamente ci sono sopravvivenza e conquista e il mondo è medievaleggiante.

«Un fantasy morboso e crudo, che gronda emozioni forti.»
Publishers Weekly
Questi invece fanno parte di un blog internazionale, abbastanza seguito, che si occupa di recensire libri. Quindi dovrebbero all'incirca aver letto i libri su cui danno commenti. In effetti è una storia cruda e morbosa che gronda emozioni forti. Piccolo problema: non è un fantasy. Quindi PW ha effettivamente letto il libro ma non ha capito un cazzo di quello che ha letto. Bene a sapersi.

La Trama: Honorius Jorg Ancrath, Jorg per gli amici, figlio del duca di Ancrath, è ancora un bambino quando la carrozza in cui viaggia con la madre viene assalita dagli sgherri del Conte di Renar (per la cronaca, suo zio). Gettato in un roveto da una delle guardie del padre, assiste impotente alla morte della madre e del fratello maggiore, William. Riportato al castello, unico sopravvissuto del massacro, si risveglierà dopo un anno di infezioni, pazzia e dolori atroci causati dalle spine e dal veleno dei rovi, con un corpo pieno di cicatrici e nell'animo un solo intento: la vendetta. Inizia all'età di dieci anni, il percorso di apprendimento fatto di crudeltà, stupri, rapine, omicidi, tentati parricidi e vendette che porterà il nostro eroe/antieroe a combattere la guerra delle guerre per il possesso dell'intero Impero dell'occidente e per la salvezza del mondo dei vivi dal crescente potere dei non morti.

Il genere: a prima vista il mondo presentato ne "La trilogia dei fulmini" può sembrare un fantasy. Ci sono cavalieri con lance e spade, re, principi e duchi, maghi, negromanti, elementali del fuoco, mostri di vari tipi. Eppure non è un fantasy. Perché?

Come ho già scritto in passato, il fantasy tratta di mondi in cui i fenomeni naturali concorrono con forze innaturali, di cui non viene data alcuna spiegazione scientifica. I poteri magici, ove esistano, sono basati su regole, a volte anche rigide, ma privi di una giustificazione materiale, ovvero fisica
Il protagonista, si muove invece in un mondo che rappresenta il futuro distopico del nostro (anche in termini spaziali: l'Impero di cui si parla ricalca i confini dell'Europa occidentale e dell'Africa mediterranea). Nel corso della storia, Jorg entra in contatto con entità artificiali, IA sopravvissute in una sorta di internet futuristico, che ancora governano il mondo avendo assistito impotenti all'autodistruzione della precedente società avanzata. Autodistruzione causata in parte dalla solita guerra nucleare, ma soprattutto dal "cambiamento di paradigma dell'esistenza". Punto di originalità della trama è infatti l'idea che la scienza sia giunta a un punto tale da riuscire a influenzare la struttura quantistica dello spazio tempo, conferendo maggiore influenza all'osservatore degli eventi di quella normalmente attribuita dal principio di indeterminazione. In altre parole, attraverso mezzi scientifici, si è giunti a "creare la magia" intesa come concentrazione dei desideri e delle aspirazioni individuali, in forze che manipolino la realtà.
Un concetto non del tutto nuovo ma che qui viene espresso con abilità.

Cosa funziona:

1) Ambientazione - buona la rappresentazione del mondo, sia naturale che umano. Le tensioni politiche fra stati sono rese con una certa efficacia. Gli elementi "magici" e scientifici (bombe nucleari, negromanti, armi da fuoco, piromanti, non morti e lich, computer e satelliti) sono integrati con scioltezza.

2) Il protagonista - gli antieroi attualmente vanno di moda. Raramente ne ho visto uno più spietato di Jorg, soprattutto per quanto riguarda il primo libro. Spietato, pragmatico e totalmente privo di empatia, domina la scena passando da un crimine all'altro senza perdere il sorriso e una certa ironia. Cosa notevole, l'autore riesce comunque a dare sempre l'idea che Jorg ne abbia passate di così brutte che se anche mettesse su facebook video in cui scuoia i gattini rimarrebbe ancora in credito con il mondo. Crudele e molto splatter (nota di merito per la scena in cui pianta chiodi nella testa di un vescovo): ci piace.

3) La voce narrante - centrata sul protagonista che ci racconta la sua storia. Non sempre è una scelta che paga. In questo caso sì, perché si lega alla crudeltà degli avvenimenti e ne fornisce sempre puntale spiegazione.

Cosa non funziona:

1) La struttura narrativa - la storia procede, in ogni libro della trilogia, in due filoni staccati: il presente e il passato di quattro anni prima. Ogni plot narrativo si basa su come gli eventi passati abbiano determinato gli avvenimenti del presente. Una struttura del genere a volte può essere carina, in questo caso risulta fastidiosa, oltre che mal gestita. Spesso, per dire, il passato spoilera quello che sta per avvenire nel presente e viceversa.

2) Il finale - non mi è piaciuto. Ma lasciamo perdere.

3) Cadute di stile - decisamente troppi marchingegni usati per risolvere situazioni difficili. Inoltre, mentre il primo libro è verosimile, nel secondo e nel terzo si esce dal seminato con piani assurdi, reazioni esagerate e non in linea con i caratteri dei personaggi.

Giudizio finale:
+ ambientazione originale 8
+ spietatezza del protagonista 10
+ splatter quanto basta 8
- struttura narrativa poco interessante e confusionaria 6-
- finale buonista 6-
- robe troppo machiavelliche per essere credibili 6

7,5 da leggere, deludente sul finale



ps. molto spesso si usano i post scriptum come forma retorica, per dire qualcosa in più che non si voleva inserire nel testo principale. Questo invece l'ho davvero scritto dopo la pubblicazione, anche se non di molto. Forse avete notato la didascalia che metto sempre sotto le copertine delle recensioni. Dopo aver scritto questa, mi era rimasto il dubbio del perché avesse questo titolo "La trilogia dei fulmini", perché davvero dei fulmini non c'era traccia nel testo. Ci ho pensato per settimane, fino a decidere che "boh, ci sono le intelligenze artificiali che sono elettriche, magari i fulmini sono loro".
Poi ho fatto la cosa più sensata: ho chiesto a google. Ed eccolo lì: The Broken Empire Trilogy
Prima o poi mi farò una targa in bronzo con inciso sopra: "se ti sembra che una cosa sia priva di senso, probabilmente è una traduzione alla cazzo".
Infatti. La trilogia in inglese si chiama "The Broken Empire", che con il mio pessimo inglese tradurrei come "L'Impero spezzato". Ed ha senso, visto che il protagonista si muove in un Impero spezzato in tanti piccoli regni e principati. I libri singoli si chiamano invece: "Prince of Thorns", "King of Thorns" e "Emperor of Thorns", che io tradurrei come "Il Principe delle Spine", "Il Re delle Spine", "L'Imperatore delle spine". Che ha senso, visto che tutta la storia inizia quando Jorg viene lanciato in un cazzo di roveto. Invece i traduttori italiani hanno preferito i fulmini.
Ora i casi sono due. L'ipotesi a cui voglio credere, è che "fulmini" gli sembrasse più bello dal punto di vista pubblicitario. L'ipotesi a cui non voglio credere, è che qualcuno abbia confuso thorns con thunders, abbia tradotto male e nessuno, dai revisori, alla casa editrice, agli agenti dell'autore, si sia accorto di niente fino a dopo la pubblicazione. Cosa che voglio sperare sia impossibile perché...

Thorns
Thunders


...la differenza mi sembra abbastanza evidente no?






Ma porca puttana...