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sabato 1 agosto 2026

Hobb e gli assassini incapaci

 La dicotomia che sto per illustrare è molto comune al genere fantasy. Si tratta di quel fenomeno che ti porta a leggere dei libri, apprezzandoli, appassionandoti alle vicende e contemporaneamente a pensare che l'unico modo di sospendere l'incredulità per gli eventi narrati sia postulare la totale deficenza di ogni singolo personaggio. Parliamo oggi dei primi due libri della saga degli assassini di Robin Hobb.

Tutto addestramento sprecato (ndr.)
Che finale del cazzo (ndr.)



















L'autrice: Margaret Astrid Lindholm Ogden (classe 1952) ha scritto libri principalmente fantasy ma anche di fantascienza prima sotto lo pseudonimo di Megan Lindholm e poi di Robin Hobb. Probabilmente ha avuto i suoi motivi ma non ci interessano. Andiamo avanti.

Il mondo: la storia è ambientata in un regno chiamato "I sei Ducati", composto da effettivamente sei Ducati. Quattro dei Ducati vengono detti della Costa perché si affacciano sul mare mentre due sono detti dell'Interno perché stanno all'interno. Inoltre confina con un Regno delle Montagne che, strano a dirsi, sta sulle Montagne e da anni subisce ormai gli atti di pirateria di un popolo delle Isole detto "degli Isolani" che attaccano i villaggi costieri a bordo di "navi rosse" imprevedibilmente dipinte di rosso. Questa notevole coincidenza di nomi e descrizioni continua nelle persone. Abbiamo infatti un re molto saggio che si chiama Sagace, un assassino sconosciuto a tutti che si chiama Umbra, un principe molto sincero di nome Veritas e il nostro protagonista si chiamerà Fitz che vuol dire bastardo perché è il figlio bastardo di un altro principe molto cavalleresco di nome Chevalier. La lore del mondo sembrerebbe suggerire che ci sia una ragione in questa follia ma almeno nei primi due libri non viene spiegata. Il fatto che comunque sia riuscito a farmelo andar bene senza sfanculare tutto dopo venti pagine testimonia la qualità della scrittura.

La trama: Fitz è il figlio bastardo del principe erede al trono dei Sei Ducati che viene abbandonato all'età di sei anni al castello del nonno, causando anche l'immediata rovina politica del padre. Nei successivi dieci anni viene allevato nell'intersezione fra gli insiemi "sei tecnicamente parte della famiglia reale quindi potremmo utilizzarti per alleanze politiche, matrimoniali o renderti un funzionario importante del regno" e "però sei lo stesso un figlio di troia e potresti essere messo a morte ogni momento ma tu vivi la tua vita eh, senza pressioni". Si addestra come stalliere, spadaccino, assassino di corte e mago telepate. Inoltre ha lo "spirito", ovvero la capacità di comunicare mentalmente con gli animali, che però deve nascondere perché, qualcosa qualcosa lupi mannari qualcosa animali uomini qualcosa, è un'abilità mal vista dal popolo. Seguono due libri in cui cerca di barcamenarsi fra le vicende della corte e del regno ma soprattutto di uscirne vivo.

Cosa funziona: scrittura molto semplice ma diretta e chiara. La psicologia del protagonista e di gran parte dei personaggi è resa molto bene. Lo stesso vale per la descrizione degli ambienti. È una narrazione molto "dal basso" che si concentra sulle piccole vicende e sui rapporti interpersonali in spazi tutto sommato ristretti. Lento in alcune parti ma mai noioso.

Cosa non funziona: quasi tutto il resto e il risultato è una perenne e continua frustrazione del lettore che potremmo esplicare in due aspetti.
1) Protagonista incompetente: questo è un grande classico dei libri fantasy. I protagonisti mai molto bravi a fare quello che dovrebbero fare ma che se la cavano per un misto di culo, plot armor e determinazione/coraggio/tenacia/ qualunquealtraqualitàchetiritrovipercasoesucuinondeviveramentelavorarenéesercitareattivamente. Spesso e volentieri perché il "personaggio grigio" è un ottimo modo per far identificare il lettore col protagonista. Altrettanto spesso perché lo scrittore non è in grado di elaborare delle soluzioni di trama interessanti e verosimili. C'è però un problema: Fitz viene addestrato come assassino e spia. In pratica per il suo lavoro dovrebbe proprio essere più scaltro degli altri. Dovrebbe vincere proprio grazie alla propria intelligenza e alla sua capacità. Invece no. In libri che si fregiano della parola "assassino" sul titolo in copertina, il protagonista, oltre a non assassinare praticamente nessuno, non utilizza quasi mai il suo addestramento, combatte come un comune soldato e se la cava sempre e soltanto perché decisioni altrui, su cui non esercita alcun controllo, gli salvano randomicamente il culo.
Non il migliore dei plot, diciamo.
2) Oh so tutti scemi: dopo lunga riflessione e l'esame accurato di tutte le scusanti possibili fornite nei romanzi, non posso che arrivare a questa conclusione. Le classi dirigenti dei Sei Ducati sono completamente cretine. C'è sto tizio di nome Regal. È il terzo figlio del re ed è una testa di cazzo. Corrompe, tenta di sedurre tutti, pure la moglie del fratello, vuole il trono, organizza bande di assassini, combutta con i telepati reali, sabota il regno favorendo i pirati, vuole separare i ducati dell'interno da quelli della costa, droga il re, lo spia, mina il terreno sotto i piedi del fratello e complotta con praticamente chiunque ovunque e potrei continuare per un'altra mezza pagina. Tutti lo sanno anche perché ha la discrezione del proverbiale elefante in cristalleria e nessuno fa un cazzo. Mai. Vengono fornite ragioni. Un sacco di ragioni. Tuttavia sembra che assolutamente non esista una via di mezzo fra "condanna a morte per impiccagione e/o esilio in Siberia" e "fagli fare il cazzo che vuole, quando vuole, come vuole e mettigli pure in mano la chiavi del regno". Conclusione: il re Sagace è un idiota, anche il principe Veritas e l'assassino reale Umbra e la regina Kettricken (che per metà dei libri cavalca con sto Regal che per inciso gli ha solo ucciso il fratello) e praticamente chiunque altro. Sono tutti talmente scemi che quasi non ci si crede.

Non c'è molto altro da dire se non che appartiene chiaramente a quell'elenco di libri che vengono ritenuti dei capolavori semplicemente perché la gente non ha letto un cazzo e perché ha il gusto letterario di un gibbone ubriaco. Consigliabili ai quindicenni e a chi deve andare al mare per leggersi qualcosa di leggero sulla spiaggia. Prima o poi leggerò il terzo, se non soccombo sotto la rilettura del Conte di Montecristo.
Voto: 6,5

domenica 12 aprile 2026

Expedition 33, Tolkien, Harry Potter, Whedon, Buffy e altre cose

 Se il titolo vi confonde non vi preoccupate: è normale. Io stesso sto iniziando questo post con solo una vaghissima idea di dove sto andando a parare e vedremo mano a mano che andiamo avanti quanto è profonda la tana del bianconiglio. Intanto però affrontiamo quello che è stata la mia ossessione/pensiero ricorrente/accompagnamento musicale fisso di questo inizio 2026: Clair Obscur: Expedition 33.

Probabilmente la cosa migliore fatta in Francia da Arcane o dalla Rivoluzione del 1789 (ndr.)
Expedition non ha bisogno della mia recensione ma facciamola lo stesso in breve. Si tratta chiaramente del punto di partenza di un nuovo franchise che se trattato bene ha tutte le premesse per stare nel pantheon dei Final Fantasy, dei The Witcher, dei Kingdom Hearts. Non esaltante dal punto di vista del gameplay (non ho assolutamente idea del perché inserire la schivata e il parry nei combattimenti a turni sia stato percepito come LAFIGATADEFINITIVAOMG) e con alcuni difettucci tecnici (le call degli attacchi sono inguardabili quando non totalmente assenti) è un assoluto capolavoro dal punto di vista di scrittura, impatto visivo e colonna sonora. Nessuno ha mai avuto dubbi che avrebbe vinto il goty 2025 e nessuno si è stupito quando è successo. Quindi ok, 10 su 10, bellissimo, capolavoro, giocatelo tutti, fine della recensione.
Qui però mi vorrei occupare di una questione particolare che non ho visto affrontata altrove. Probabilmente perché sono io che mi faccio i film su cose che interessano solo a me ma ci arriviamo fra poco. Parliamo del, anzi dei, finali.

venerdì 6 febbraio 2026

3 libri un solo post - il fantasy di inizio anno

Siccome mi capita sempre più raramente di riuscire a leggere fantasy - in parte perché ho meno tempo, in parte perché la roba bella non si trova più, sepolta da scaffalate di harmony per quattordicenni convintissimi che leggere di vampiri, elfi e demoni li renda in qualche modo superiori alle loro nonne che seguivano le avventure erotiche della Contessa Matilda col giardiniere Juan - faccio un post riassuntivo di tre libri che per pura coicidenza sono riuscito a concentrare in questo inizio 2026. E parlerò probabilmente malissimo di un grande autore e benissimo di roba che invece non si incula nessuno. Capita.

Elantris - aka quello di cui parlerò male

Tre mesi per sistemare il cosmo (ndr.)
Elantris è il romanzo di esordio di Brandon Sanderson, uscito nel 2005 e si dice che sia stato proprio Elantris (con le ottime critiche ricevute) a convincere la moglie di Jordan ad affidargli la conclusione de La Ruota del Tempo. Pensa quanto stava messa male. Leggere questo libro mi ha confermato tutto quello che penso di Sanderson, ovvero che la mediocrità della letteratura di genere fa assurgere scrittori passabili a icone inarrivabili.
Cerco di spiegarmi e cerco anche di essere breve che ho altri due libri di cui parlare. Il punto di forza di Sanderson è il world building. Porre alcune premesse interessanti, creare un sistema di regole evitando di tradirlo in modi troppo comodi e lasciare che il mondo ci si sviluppi attorno. Anche in Elantris lo fa e gli viene benissimo. C'è una repubblica di maghi/scienziati che attraverso le parole domina il proprio angolo di mondo, in cui abita con connotati quasi divini. A un certo punto una catastrofe naturale modifica quello stato di cose condannandoli a diventare dei morti viventi sull'orlo della pazzia e del dolore eterno. Cosa succede considerando anche che c'è un impero teocratico a due passi che sta cercando di conquistare il mondo?
Tutte le premesse funzionano e sono interessanti. Poi arrivano i personaggi... che sono un problema. Perché Sanderson non sa scrivere personaggi interessanti neanche sotto tortura. E se nel tempo è leggermente migliorato (in Mistborn e nelle Cronache della Folgoluce alcuni riescono quasi a essere simpatici), è abbastanza evidente che a trent'anni non ce la poteva fare. I protagonisti sono due. Il primo è un principe bello, buono, democratico, paritario, amico del popolo, amato da tutti, politicamente assennato, saggio, talmente intelligente da imparare l'astrofisica e correggere le equazioni a Stephen Hawking nel giro di tre mesi (non è un iperbole: impara un sistema magico sconosciuto, distrutto da decenni insieme al suo popolo e lo fa tornare a funzionare da autodidatta), e Sanderson non lo dice ma evidentemente anche dotato di un cazzo di un metro e una spanna. L'altra è una principessa bellissima (ma che si sente brutta perché è alta), TROPPO intelligente, appassionata, sincera, scaltra, determinata, gettata in mezzo ai lupi e uscita capobranco che in due mesi riforma l'agricoltura, crea il welfare state, detronizza un re e si fa incoronare regina e che oh, nessun uomo potrà mai amare perché, si sa, ai maschi piacciono quelle stupide. Praticamente i pg overpower che ogni dodicenne ambosessi della storia vorrebbe incarnare. Per fortuna che poi si cresce. Però c'è anche il chierico cattivo ma con i suoi motivi che alla fine fa l'antieroe contro il cattivo vero che è cattivo perché ha avuto il trauma della fidanzata morta giovane fra mille sofferenze. Questo è un libro serio e per niente pieno di stereotipi.

Voto: 6,5 Ottime idee e bellissima costruzione del mondo rovinati da personaggi noiosissimi e da tempi di narrazione insensati che distruggono ogni patto di sospensione di incredulità. 

L'ascesa di Horus - aka il primo di una delle diciotto serie e 9483429 libri di Warhammer 40k finalmente tradotti in italianoTM

e comunque l'ateismo di stato galattico resta una buona idea (ndr.)
Parlando di gente che non sarà mai considerata l'apice della scrittura, c'è Dan Abnett. Parlando di gente che sa decisamente cosa vuole il suo pubblico di riferimento e come darglielo, c'è Dan Abnett. Dan Abnett è il McDonald's del fantasy (e probabilmente dei fumetti ma non ho esperienze di prima mano in merito). Vuoi un panino? Ti fa un panino. Te lo fa esattamente come ti aspetteresti sia un panino e quando lo mangi ti fa provare esattamente la soddisfazione che volevi avere quando hai deciso "quasi quasi mi faccio un panino".
Io avevo voglia di leggere un libro in cui dei tizi con cannoni al plasma e spade motosega si sparano e fanno a fette a vicenda in un universo in cui l'Imperatore dell'umanità ha deciso che una crociata è esattamente quello che serve per riunire tutti i reami della diaspora galattica e combattere il Caos. E se dobbiamo sacrificare la democrazia e il libero pensiero di tutti gli altri per questo beh, non è che abbiamo scelto il titolo di "Imperatore" perché ci ispiravamo alla divisione dei poteri di Montesquieu. In tutto questo c'è un tizio di nome Horus che sta pensando che forse questa storia della crociata sia un po' eccessiva e che magari si può ottenere gli stessi risultati con la diplomazia. Ma magari sta subendo la corruzione del Caos. O magari è quello che diremo quando verrà represso nel sangue fra tipo, boh, quattro o cinque libri a seconda di quanto va bene la distribuzione.
Volete una storia di fratellanza militare, altamente scenografica, con un sottofondo di critica sociopolitica ma neanche troppo in evidenza perché non vorremmo mai che offuschi la bellezza dei nostri esoscheletri meccanici? Dan Abnett è il vostro uomo. Se invece vi aspettate grandi approfondimenti psicologici siete probabilmente nel posto sbagliato.

Voto: 7,5 Non è alta letteratura e non pretende assolutamente di esserlo. Quello che vuole fare lo fa benissimo.

Dungeon Crawler - Carl aka il libro del videogiocatore, per i videogiocatori, sui videogiocatori
Se un problema non si risolve non hai usato abbastanza dinamite (ndr.)
Tornando invece a parlare di esordienti, Matt Dinniman è quello di noi che ce l'ha fatta e che ce l'ha fatta per la strada più difficile. Nel senso che è un videogiocatore che ha scritto un libro invece di streammare su twitch. O almeno è quello che ho capito leggendo roba sparsa su internet perché è talmente nuovo che ancora non gli hanno fatto una pagina su wikipedia. Libro che poi ha autopubblicato su Amazon e di cui poi ha scritto i seguiti sempre su Amazon per poi essere finalmente notato e comprato da una casa editrice vera. Il classico caso di successo di pubblico prima che di marketing e per questo ci piace.
Dungeon Crawler Carl, parla di un tizio che si sveglia una notte e scopre che il suo pianeta è stato espropriato da una compagnia galattica che crea giganteschi dungeon mortali per mandare avanti uno show televisivo. Il libro è infarcito di citazioni e riferimenti a praticamente qualunque cosa del mondo nerd (e non) contemporaneo e ripropone situazioni che chiunque abbia mai giocato a qualunque cosa riconoscerebbe. Si tratta quindi di notevoli dosi di fanservice, incartate però da una scrittura semplice ma estremamente efficace e da personaggi molto simpatici da leggere. C'è un pochina di ripetitività in alcune situazioni ma dovrei leggere i prossimi libri per capire se è un tratto fisso della scrittura o se è solo una soluzione narrativa coerente col contesto. Per il momento rimane coerente col contesto.

Voto: 8 Scoperta assolutamente notevole e spero solo che il resto dei romanzi venga tradotto a un ritmo decente e che non debba aspettare il 2050 per finire di leggerli.


lunedì 27 gennaio 2025

La borghesia o "il club del libro so far"

Passano i mesi, passano i libri letti in quel di paese dove vivo. Più che andiamo avanti e più che mi chiedo se mi ricorderò mai di tutta la roba che leggo per andare una volta al mese a discutere. Probabilmente no. Per questo forse è meglio se me la segno un po' per volta. Gli ultimi tre libri poi seguono tutti un'unico filone e quindi è particolarmente sensato parlarne in un'unico post. Quindi questi sono gli ultimi tre mesi: enjoy!

Virginia Wolf - La signora Dalloway

o "Sul perché gli scrittori hanno bisogno degli editor" (ndr.)

Quando abbiamo scelto La signora Dalloway per il mese di dicembre ero felicissimo. Intanto sono sempre contento di leggere i classici in generale. Visto che la narrativa non è decisamente il mio genere d'elezione, ho quasi sempre l'impressione che leggendo roba contemporanea stia un po' perdendo il mio tempo. Già quello che leggo è per me poco interessante, figurati leggere roba che non si sa nemmeno se fra cinquant'anni sarà ancora ricordata o verrà spazzata via dalla storia. Con i classici mi sento di andare sul sicuro. Magari mi fanno cagare ma quanto meno mi sarò recuperato un grande pezzo della letteratura mondiale. In secondo luogo, alla veneranda età di 38 anni, non avevo mai letto niente della Woolf.
Ma come? Niente niente??
Niente niente. Quindi ho colmato un grosso gap.
Ero quindi molto felice. Una felicità che ho rimandato per tutte le festività, sicuro che in un paio di giorni quel libretto da poco più di 200 pagine me lo sarei mangiato a colazione. Ed è esattamente quello il momento in cui la hybrys ti vede e colpisce durissimo.

Quindi, cosa si può dire de La signora Dalloway?
Ci sono molti modi in cui si può descrivere il modo di scrivere della Woolf. A me è piaciuta particolarmente la definizione che ha dato una signora al club del libro, chiamandolo "suntuoso". Concordo in pieno. Anche attraverso la traduzione (ottimo lavoro signora Daria Fusini) si percepisce l'assoluta padronanza della lingua. Tutto viene descritto in modo ricco, estremamente raffinato, con uno stile che in alcuni momenti tende all'aulico. Da una parte non si può che ammirare, dall'altra a volte tende a diventare un problema. Nel senso che è una ricchezza che non ha particolari vette. Lo stile è altissimo in ogni punto e lo rimane per l'intera durata della narrazione. Il passo da suntuoso a bulimico è molto spesso breve e qui si danza molto sul confine fra l'uno e l'altro.
La struttura del romanzo è, sulla carta, geniale. Farebbe impazzire ogni critico letterario e pure io sono costretto ad arrendermi e riconoscerlo. Riprendendo l'unità di tempo, luogo e azione del teatro greco, viene messa in scena una giornata dell'alta borghesia inglese del 1923, con un narratore esterno onnisciente che, in un'unica carrellata, senza interruzioni, descrive i punti di vista di ogni personaggio della storia passando da uno all'altro con brevi passaggi di raccordo. A una prima vista molti potrebbero scambiarlo con un flusso di coscienza ma è solo un'impressione.
I personaggi sono tutti interessanti e i temi trattati enormi. Abbiamo il soldato tornato dalla guerra che soffre di stress post traumatico e che alla fine sceglie il suicidio, i dottori incompetenti di depressione e traumi psicologici che lo trattano malamente (e la Woolf ne sapeva qualcosa no?), la signora boghese (la protagonista) che ha rinunciato al grande amore in favore di una sistemazione più prosaica in seno alla società, l'amica irriverente e povera che ha sposato un marito al di sotto della sua condizione sociale, il marito ben inserito che ama la moglie nonostante non riesca a dirglielo, l'amante rifiutato fuggito all'esterno con un matrimonio fallito alle spalle e così via. Tutti temi estremamente interessanti affrescati con grande padronanza.

Il tutto viene affogato, sommerso, devastato e reso illeggibile dalla stessa struttura e dallo stesso linguaggio che ho lodato poco sapra. Ogni volta che si inizia ad appassionarsi alla storia, si viene deviati dalla descrizione tremendamente prolissa di qualcosa quando non proprio su un altro personaggio da cui si devierà di nuovo nell'istante stesso in cui rischia di diventare interessante. Raga, il libro è di una noia mortale. Ma tipo che mi sono martellato le palle per riuscire ad arrivare alla fine. È l'esempio definitivo dell'arte che non ha nessun interesse nell'essere recepita dal pubblico. O meglio, dal grande pubblico.
A volte un grande autore ha bisogno di un editor del cazzo che lo prenda da una parte e gli dica: Virgì, tutto questo è bellissimo. Questa struttura è geniale e Dio mio se scrivi bene. Ma per favore, dai retta a uno stronzo, taglia un trenta percento dalla boria che ci hai messo dentro e per favore arriva a un punto ogni tanto.
Ma quell'editor non c'era. Il libro è un capolavoro, ne convengo. MA CHE PALLE.


Simone de Beauvoir - Le belle immagini

che a volte basta dividere in capitoli eh  (ndr.)

Dalla borghesia inglese degli anni venti passiamo a quella francese degli anni sessanta. Laurence è una donna sposata, con figlia, che lavora come agente pubblicitario. Si occupa di fornire "belle immagini" appunto, per i prodotti messi in vendita dalle aziende. Ha una figlia, un amante e un marito Jean-Charles di cui forse è ancora innamorata, forse no, ma che di certo trova "adeguato" alla vita che conduce. Personaggi secondari la madre Dominique, donna mondana separata che entra in crisi quando viene lasciata dal ricco Gilbert, e il padre, di cui adesso non ricordo il nome e forse un nome manco gli viene dato, che è il punto di riferimento assoluto di Laurence e descritto come perfetta incarnazione dello stoicismo e della superiorità culturale.

In 145 pagine appena Laurence attraversa una serie di esperienze minori che la portano a ripensare alla sua vita e a tutte le persone che la circondano sgretolando il mondo apparentemente felice che si era creata e che era tale solo in superficie. Ogni personaggio svela la sua vacuità, le sue debolezze, le sue finzioni interiori e le menzogne che racconta a se stesso restituendo un panorama in cui nulla è vero ma tutti vivono finzioni che si sono creati solo per dare un senso alla propria esistenza.

La critica, che potete leggere ovunque, e praticamente chiunque possiate incontrare in giro che abbia letto il libro, vi dirà che è una tagliente critica della borghesia e della vita di certi ceti sociali. Facendone un testo politico e segnando grossissimi punti a suo favore sul palcoscenico della discussione pubblica. E non ci avrà capito quasi un cazzo.
Non che il tema non sia presente ma Simone de Beauvoir è probabilmente la più grande scrittrice dell'esistenzialismo francese. Migliore di Sartre, se vogliamo dirla tutta. Quando scrive parla della società ma parla soprattutto dell'uomo. Il libro destruttura le vite dei personaggi e sottilmente vi invita a chiedervi: la vostra vita è diversa? Voi siete diversi? Quanta menzogna c'è in quello che vi raccontate per dare un senso al vostro alzarvi ogni mattina? Quante bugie dite a voi stessi, prima ancora che agli altri?

È la mia scrittrice preferita di sempre. Tutti gli uomini sono mortali è il suo capolavoro supremo ma anche questo è stupendo. A saperlo leggere.


Domenico Starnone - Confidenza

carino e trascurabile (ndr.)

Pietro è tipo Onizuka di GTO. Professore di scuola superiore entrato giovanissimo di ruolo (si vede che è ambientato negli anni '70 eh), amatissimo dai suoi allievi di cui cambia la vita in meglio e che a differenza di Onizuka riesce effettivamente a portarsi a letto una studentessa. Teresa, con cui vive questo amore travagliato che però va a finire male. Prima di lasciarsi si raccontano a vicenda il loro segreto più oscuro, quello che se rivelato potrebbe distruggergli la vita e poi se ne vanno ognuno per la loro strada. Pietro diventerà un intellettuale di media grandezza in Italia, scrivendo un paio di libri sull'insegnamento. Teresa una apprezzatissima ricercatrice internazionale fra USA e Europa.

La storia è vista quasi esclusivamente con gli occhi di Pietro che si crea questa realtà parallela in cui il suo amore per Teresa e la paura che Teresa riveli il suo segreto lo spingono a essere un uomo migliore, influendo positivamente sulla vita di tutti quelli che ha attorno. Sul finale però ci sono due piccole parti che lo vedono dall'esterno, tramite gli occhi della figlia, giornalista, che lo adora, e di Teresa stessa.
Si parla dell'Italia, di come basti poco, visto l'ambiente provinciale fatto di amici di amici, per diventare qualcuno. Della pochezza di certi personaggi. Di rapporti tossici fra gente che dovrebbe volersi bene e invece, siccome certi hanno ottenuto molto e altri poco, allora no.
Il tutto sostenuto da questa tensione sotterranea del "grande segreto" rivelato da Pietro a Teresa che tutti ci chiediamo quale sia.
Poi arriva l'ultimo capitolo raccontato da Teresa che ci dice ah boh, ma io manco mi ricordo che mi aveva raccontato quello scemo ma secondo me non era neanche sta gran cosa. Quello è sempre stato un po' strano.

EHI MA CI HAI DETTO COME FINISCE!
Esatto. Il libro è un immenso scam. Se vi piace anche senza avere tutta la tensione del "grande segreto" allora non vi ho tolto niente. Se vi avesse fatto cagare e foste stati sostenuti solo da quell'aspettativa, vi avrei fatto un favore. Prego.

Starnone è l'allievo a cui la prof da otto e mezzo scrivendo sul tema "molto scorrevole". C'è chi dice sia anche la Ferrante sotto falso nome. Non mi stupirebbe. Detto questo sì: è molto scorrevole. Il libro si legge di un fiato e alla fine ti chiedi: "ok, ma che ho letto di preciso?"


E questo è tutto amici.

venerdì 23 febbraio 2024

Realismo letterario

Un po' di tempo fa ho scritto riguardo al gruppo di lettura che sto frequentando. Ne sono tutto sommato soddisfatto perché mi aiuta ad uscire un po' dalla comfort zone dei miei generi preferiti (fantasy, fantascienza e storico). Su questo filone, ultimamente ho letto tre libri che in qualche modo ho visto legati da un unico filo conduttore e questi sono i miei appunti in merito.

1) John Fante - La Confraternita dell'uva

Ho notato adesso la prefazione di Capossela
Ambientato negli USA, parla dei difficili rapporti fra un figlio scrittore e un padre scalpellino, all'interno della comunità italoamericana. L'ho abbastanza divorato. Nel senso che me lo sono portato dietro per un corso di formazione in una città vicina e me lo sono letto praticamente per intero durante l'andata e ritono in treno. A farmelo piacere di più è stato il grezzo materialismo. Gli ambienti, le persone, i paesaggi, gli oggetti, il cibo, sono tutti descritti nel modo più materico possibile. Quando Fante descrive la pietra ti sembra di poterci appoggiare le mani, quando racconta dei piatti serviti sulla tavola ti sembra di poterli assaporare. La letteratura americana di suo ha punte di estrema concretezza che qui vengono particolarmente esaltate. Poi certo, ci sono altri passaggi che ho apprezzato. L'introspezione psicologica, in cui evidentemente l'autore mette note biografiche, è molto accurata e se avete avuto un rapporto in qualche modo conflittuale con vostro padre (esistono maschi che non lo hanno avuto?) vi ci potreste senza dubbio ritrovare. Però no, questo libro mi rimarrà in mente per la descrizione del banchetto finale con le api. A livello di scrittura è stupendo.

2) John Steinbeck - Uomini e topi

Un'efficace brevità
Parlando di lacune culturali, Steinbeck è sicuramente una. Non mi sono addentrato molto nella letteratura americana e almeno questo libro l'ho recuperato col gruppo di lettura. Commento: finita la lettura, l'ho messo da parte non insoddisfatto ma abbastanza tiepido. La storia era passata via veloce in modo molto piano. Trama semplicissima, praticamente telefonata. L'autore vi mette davanti una serie di elementi che, uno dopo l'altro, riappaiono e tornano importanti nello stesso ordine in cui erano comparsi la prima volta. Quando il destino di Lennie si realizza, non siete stupiti. Non c'è nessun colpo di scena: è la realizzazione di un percorso che avevate visto fin dall'inizio.
Quindi ero tiepido. Poi ci ho ripensato e soprattutto ho riflettuto su come mi ero sentito durante la lettura. In 130 pagine scarse, Steinbeck crea questo meccanismo perfetto in cui siete perfettamente consci che:
- i protagonisti sono dei completi disgraziati, dei casi persi che nel migliore dei mondi possibili al massimo riusciranno a sopravvivere;
- il mondo che li circonda è ostile, brutale e tutto andrà a finire in lacrime;
- hanno delle speranze e dei sogni quasi tangibili e sarebbe veramente bellissimo se potessero realizzarli.
Tutto questo insieme. Si osservano le speranze dei personaggi, desiderando come loro che si avverino, consapevoli che non succederà. Il tradimento del sogno americano messo su carta. Bellissimo.
Ps. ho letto la traduzione di Pavese. Sono abbastanza sicuro che la Bompiani ne abbia rilasciate altre sostenendo che quella di Pavese fosse troppo influenzata dal suo modo di scrivere e che nei tempi moderni ecc. Ma abbiamo avuto abbastanza forestali per il momento. Almeno Pavese sapeva scrivere.

3) Jean-Claude Izzo - Casino totale

Sorseggiare pastis in un bar di Marsiglia
"No ma ho cominciato a leggere quel libro di Izzo che mi avete dato. Ma lo sai che è carino?"
Comunque l'autore è morto.
Grazie mamma.

Comunque, Izzo sapeva scrivere. Rip. Di per sé il libro ha un sacco di difetti. L'intreccio è, intanto, un enorme casino. Poi un po' sono io che prima di leggere un giallo preferirei farmi sparare in un ginocchio, però oggettivamente la trama è tenuta assieme con tanto nastro adesivo e buone intenzioni e la soluzione dei problemi arriva con espedienti abbastanza ridicoli. Detto questo, per il resto è scritto da paura e si inserisce benissimo in questo percorso di verismo per quanto riguarda la descrizione degli ambienti. Marsiglia, la città, viene raccontata con amore, consapevolezza e poesia. Le strade, le persone, anche qui: il cibo, vengono raccontati in modo vivido e commuovente. A metà volume ho guardato quanto ci vuole ad andare in macchina a Marsiglia per capire quanti giorni devo prendermi per andare a bere un pastis in un bar sul mare. Poi ho letto su internet che il pastis è a base di anice. Porca puttana, odio l'anice.
Comunque, veramente un bel libro. Voglio andare a cena da Fabio Montale. Peccato non esista. 



venerdì 3 novembre 2023

Calvino dopo vent'anni

Questo mese abbiamo avuto una bella idea al club di lettura. Invece di proporre un libro uguale per tutti, abbiamo chiesto a tutti di leggere un testo a scelta di Italo Calvino.
Cosa mi ricordavo di Calvino? In genere che mi era piaciuto. Avevo letto tutto il trittico Barone-Visconte-Cavaliere durante l'adolescenza. Era stato bello e lo avevo lasciato lì. Dopo vent'anni ritorno su questo autore e scelgo un libro a caso.

Le edizioni Einaudi erano belle (ndr.)
Siamo nell'Italia dei primi anni '50. Il paese si sta faticosamente riprendendo dalla guerra e si iniziano a vedere i primi cenni di boom economico che, nel libro, è soprattutto un boom edilizio. In pochi anni il piccolo paese sonnacchioso del protagonista (Quinto) viene stravolto da ondate di cemento e nuove palazzine che sorgono ovunque affollando il litorale marittimo. In questo contesto, Quinto prende la palla al balzo per mettersi in affari con un impresario molto dubbio, per far fruttare l'area fabbricabile contigua alla casa della madre.
Detta così sembra una palla no? Invece no, è un libro stupendo. Mi rendo conto di essere vicino a quella bruttissima fase della vita in cui guardi gli altri e, inclinando lo sguardo con fare condiscedente, ti lasci sfuggire frasi tipo sai, in questo periodo sto riscoprendo i classici. Cosa che ti fa immediatamente meritare il linciaggio. Però in questo caso purtroppo è vero. In questo preciso momento Calvino per me è stato una riscoperta. Davvero, non mi ricordavo che scrivesse così bene. E con uno sguardo così acuto e imparziale sulla società e sulle persone che descrive.
Cerco di farvi capire cosa intendo.
Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e il porto,più in qua il mucchio di case muffite e lichenose della città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti s'infittiva l'oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei campi di garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipidi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro.

Ok, questo qua sopra è un periodo unico. Ed è fluido. Mentre lo leggi non ti rendi conto neanche che non stai trovando interruzioni. A un certo punto diventa quasi una musica che ti accompagna alla fine del paragrafo. Qui siamo alla seconda pagina del libro. Letto questo mi sono bloccato e mi sono chiesto: "ma cosa cazzo ho letto fino ad ora? Per quale cazzo di motivo non ho letto prima questo libro? Cos'altro avevo di più importante da fare?". Ma questo non è ancora nulla. Leggete questa descrizione del protagonista che deve affrontare i debiti sui terreni posseduti:

A Quinto la preoccupazione di non aver al mondo neanche la decima parte dei quattrini necessari a pagarle e l'avito rancore contro il fisco degli agricoltori liguri parsimoniosi e antistatali, e poi l'ineliminabile rovello degli onesti d'essere loro soli massacrati dalle imposte «mentre i grossi, si sa, riescono sempre a scapolarsela», e ancora il sospetto che vi sia in quel labirinto di cifre un trabocchetto evitabile ma solo a noi sconosciuto, tutte queste turbe di sentimenti che le pallide bollette delle esattorie suscitano nei cuori dei più verginali contribuenti, si mischiavano con la coscienza d'essere un cattivo proprietario, che non sa far fruttare i propri averi e che in un'epoca di continui avventurosi movimenti di capitali, millantati crediti e giri di cambiali se ne sta mani in mano lasciando svalutare i suoi terreni.

 Di nuovo: un unico periodo. Nessuna sbavatura, nessuna flessione di tono, un discorso fluido dalla prima all'ultima parola. Dio Se Sapeva Scrivere.
Fino ad ora ho lodato la penna ma parlando del contenuto, quanto è precisa questa descrizione dell'uomo nel suo tempo? Quinto è l'italiano degli anni '50 (con alcune caratteristiche che arrivano fino ad oggi), perfettamente tagliato e descritto. Ora tenete presente che questa cosa viene fatta sistematicamente anche per la società:

Perché insieme al contratto (tutto con cifre posticce, come s'usa, per via del fisco), bisognava firmare una «scrittura privata» in cui figuravano le cifre vere ed era precisato il carattere della società con Caisotti per la costruzione della casa, che nel contratto appariva tutta in testa a lui. Invece, arrivati alla «scrittura privata» Caisotti si dimostrò pronto a favorire gli Anfossi in tutto e per tutto: propose anzi lui stesso degli accorgimenti perché la finanza non potesse trovarci nulla da ridire. E tutto questo faceva con risatine furbesche e strizzatine d'occhio, sollevando intorno a sé un pantano di complicità, tanto che la madre, che in queste cose non ci si ritrovava, s'azzardò a dire: - Ma non sarebbe meglio dichiarare le cose come stanno senza far tanti pasticci, anche se si paga qualche tassa in più? - Tutti le diedero sulla voce, gentilmente i legali, seccatamente il Caisotti e i figli, ma Quinto già s'era fatto l'idea che a complicare quella storia della «scrittura privata» il Caisotti avesse il suo tornaconto: forse pensava d'averli poi in sua mano, di vincolarli alla sua omertà.

Quanta Italia c'è in questo paragrafo? Quante situazioni, come questa, abbiamo vissuto in vita nostra in qualunque ambito? Si tratta di un intreccio di rapporti, coazioni ad agire, consuetudini secolari che permea le nostre vite dall'acquisto di case alla fattura con l'idraulico.
Ultima citazione che metto qua, perché ancora parla di noi:

Era una folta Italia in tailleur, in doppiopetto, l'Italia ben vestita e ben carrozzata, la meglio vestita popolazione d'Europa, quale contrato per le vie di *** con le comitive goffe e antiestetiche dei tedeschi inglesi svizzeri olandesi o belgi in vacanza collettiva, donne e uomini di variegata bruttezza, con certe brache al ginocchio, coi calzini nei sandali o con le scarpe sui piedi nudi, certe vesti stampate a fiori, certa biancheria che sporge, certa carne bianca e rossa, sorda al buon gusto e all'armonia anche nel cambiar colore. Queste falangi straniere che, avide dei bagni fuori stagione, prenotavano alberghi interi succedendosi in turni serrati da aprile a ottobre (ma meno in luglio e agosto, quando gli albergatori non concedono sconti alle comitive) erano viste dagli indigeni con una sfumatura di compatimento, al contrario di come una volta si guardava il forestiere, messaggero di mondi più ricchi e civilmente provveduti. Eppure, a incrinare la facile alterigia dell'italiano ben messo, disinvolto, lustro, esteriormente aggiornato sull'America, affiorava il senso severo delle democrazie del Nord, il sospetto che in quelle ineleganti vacanze si muovesse qualcosa di più solido, di meno provvisorio, civiltà abituate a concludere di più, il sospetto che ogni nostra ostentazione di prosperità non fosse che una facile vernice sull'Italia dei tuguri montani e suburbani, dei treni d'emigranti, delle pullulanti piazze di paesi nerovestiti: sospetti fugacissimi, che conviene scacciare in meno d'un secondo.

Questo libro è stato pubblicato nel 1963. Quanto siamo cambiati da allora? Quanto di questo complesso di superiorità e inferiorità misto a sindrome dell'impostore abbiamo superato? A me sembra ben poco. Siamo sempre quelli.

Serve rileggere Calvino. 

mercoledì 17 maggio 2023

Un po' troppo: Barbero e la Grecia

E questo è il commento del libro del mese, che domani c'è il gruppo di lettura e stavolta è stata durissima. Parliamo de Le Ateniesi di Alessadro Barbero.

Aristofane diceva le parolacce (ndr.)
Quando ho proposto questo libro mi sembrava perfetto per conciliare le esigenze del gruppo di lettura con le mie. Da una parte c'era la storia tragica delle ragazze maltrattate dal patriarcato, dall'altra c'era la lotta di classe mescolata alla storia antica. Mi sembrava di vincere facile e invece no, mi ha fatto più fatica finirlo di ogni altro. E ci ho messo un po' ma credo di aver capito il perché.

Cose positive:
la struttura di per sé è geniale. Essendo un romanzo ambientato nell'antica Grecia, dopo il prologo iniziale (erano vent'anni che non vedevo scritto "prologo" e solo dopo ho capito il perché), l'intera storia è ambientata nel corso di una giornata, dalla mattina alla notte fonda. Riprende quindi l'unità di tempo e luogo della commedia/tragedia classica. Dall'altra parte, un pezzo di storia è il racconto fedele della messa in scena della commedia "Lisistrata" di Aristofane, che accompagna l'altro pezzo di trama. Quindi c'è una commedia classica all'interno della tragedia/commedia classica che è il libro: un classico al cubo. Bello. Se non basta questo a farvi capire che Barbero è  un nerd, non so cos'altro serva.
le tematiche sono varie e interessanti. In ordine passiamo dalla condizione femminile che però passa in secondo piano rispetto alle differenze sociali e alla lotta di classe (plebei vs nobili). Si parla della democrazia, dei suoi difetti e delle derive autoritarie che ne possono seguire (ed è facile vederci il cringe di alcuni dibattiti sul patentino di voto). C'è un riferimento diretto e ineludibile al contesto italiano degli Anni di Piombo, alla strategia della tensione e al delitto del Circeo. C'è insomma tanta storia italiana in questo romanzo che emerge anche in alcuni termini (zecche per riferirsi alle popolane).
le descrizioni sono accurate ed evocative. E Barbero non risparmia al lettore un certo gusto per il gore, il sangue e l'efferatezza.

Il punto però è: "Barbero riesce a tenere tutto questo in un insieme organico?". E la risposta è: probabilmente no. Sorry.
A parte un paio di plot armor abbastanza azzardate (perdonabile la prima, un po' meno la seconda) che ci regalano comunque un happy ending un tantino tirato per i capelli, sinceramente si ha un po' l'impressione che si sia voluto fare veramente troppo con troppo poco. Un sacco di spunti anche interessanti si affastellano tutti assieme senza che alla fine nessuno risulti davvero approfondito. Tanto che alla fine del libro resta poco.

Voto: 7-
Buonissime le intenzioni, risultati zoppicanti, gli si vuole bene comunque.


sabato 15 aprile 2023

L'appuntamento mensile con la mestizia: L'Evento

Un mese è passato ed è di nuovo il momento del gruppo di lettura. Stavolta abbiamo letto L'Evento di Annie Ernaux.

Splatter senza acrimonia (ndr.)
La trama: siccome questo mese non ci siamo depressi abbastanza, sembrava giusto leggere 180 pagine su una donna che si ritrova a voler abortire negli anni '60 in Francia. Cosa in quel periodo illegale e quindi da attuare in modo clandestino e con modalità che se non ci rimane secca è un miracolo. Ovviamente le tematiche sono crudissime e le descrizioni sono abbastanza efferate.

Commento: non mi è piaciuto. Intanto non mi piace come scrive. L'Ernaux ha uno stile molto scarno, in cui le subordinate sono rare quando non abolite del tutto. La storia viene narrata in un modo che sta a metà strada tra la pagina di diario e il report asettico di un verbale di polizia.
Con questo non dico che scriva male. Le hanno dato un Nobel per la letteratura, sarebbe un tantino presuntuoso da parte mia. Semplicemente a me non piace come scrive. Capita.
La cosa che mi ha sconcertato di più è che l'intera vicenda viene raccontata in un modo che sembra quasi privo di un'intenzione comunicativa. Nemmeno per un attimo ho avuto la percezione che mi si volesse parlare di qualcosa: la sensazione predominante era quella di un flusso di coscienza in cui l'autrice ricordava a se stessa quanto le era successo.

Ma magari era quello il senso no? Offrire al lettore uno sguardo privato sulla propria intimità.
Peccato che l'Ernaux ha detto in lungo e largo che suoi libri non sono autobiografia, benché basati su fatti reali. Quindi non c'è niente di spontaneo nel suo stile di scrittura. È limato alla perfezione per ottenere un effetto che personalmente mi lascia indifferente.
Con questo non voglio dire che sia brutto. Molto probabilmente non ero il target adatto per questo libro.

Ultimo punto e poi la smetto di lamentarmi: la tematica sociale. Nel libro si attacca ovviamente la struttura patriarcale della società francese degli anni '60 (e in modo laterale logicamente quella attuale). Cosa che va benissimo e su cui siamo tutti d'accordo. Quello che mi ha infastidito però, e mi ha infastidito talmente tanto che sono qui a scriverlo, è che la protagonista del racconto esprima la sua rabbia solo e soltanto nei confronti del sistema. Cioè, nei momenti in cui deve criticare la struttura sociale si avverte un astio concreto e reale, quando invece si parla delle persone fisiche ci si passa sopra senza problemi. La rabbia non compare mai, né contro il fidanzato/compagno/amante che la mette incinta e poi la lascia a occuparsi dell'aborto in completa solitudine né contro i dottori che se ne strafregano della sua condizione né contro chi la tratta da troia per poi scusarsi l'attimo dopo perché si è accorto che non è un'operaia di periferia ma una ragazza di famiglia benestante che va all'università.
Mi potrebbe andare bene se fossero riflessioni sul passato, ma l'intera storia è raccontata come un resoconto diretto dei sentimenti dell'epoca. Sembra che all'epoca sta tizia che non è l'autrice (cit.), da una parte avesse già compiuto un'analisi completa dei crimini della società patriarcale e quindi potesse tranquillamente passare sopra alla gente che si comporta da stronza in quanto mera espressione della società stessa.
A me sta roba fa perdere completamente l'immersione e il contatto emotivo con la storia. Non solo non mi sembra verosimile ma non so neanche quanto la condivido. Mi sembra lo stesso tipo di attitudine con cui si possono scagionare i militi fascisti perché eh, ma la società italiana degli anni '30 era così, il vero colpevole è l'humus culturale. Sì, stocazzo, c'era anche chi non andava a manganellare la gente in camicia nera negli anni '30. Non è che la società sia a prescindere l'esco di prigione gratis con cui giustificare l'essere dei pezzi di merda.

Detto questo, la parte descrittiva dell'aborto è molto ben scritta e lascia il segno. Le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi (protagonista a parte) sono molto precise.
Non mi spiace averlo letto, non posso dire di esserne felice.
Voto: 6




domenica 5 marzo 2023

Le Nemesi - perché il lock down ci stava

Ho passato i 35 anni. È giunto il momento di fare le cose che fanno gli adulti. E quindi ho deciso di andare ad un circolo di lettura. Questo era il libro di marzo.

Dovete... stare... a casa (ndr.)
Nei gruppi di lettura si legge narrativa. A me fa cagare la narrativa. Trovo assolutamente demenziale perdere tempo a leggere storie di gente che potrebbero essere il mio vicino di casa se solo fosse molto, molto, molto sfortunato. Però stiamo provando a fare questa cosa e quindi becchiamoci il classico romanzo dell'americano Philip Roth che parla dei tempi americani. Tecnicamente è un po' un romanzo storico, quindi diciamo che mi è piaciuto.

Trama: un americano rispondente all'americanissimo nome di Bucky (per davvero) abita a Newark a metà anni '40. Madre morta alla nascita, padre incarcerato, viene cresciuto dal nonno che lo tira su con i sani valori di una volta. Quelli che l'uomo è uomo quando fa le flessioni ed è sempre pronto al duro lavoro e/o a morire per la patria. Fiero del suo fisico e del suo essere pronto al duro lavoro, Bucky purtroppo è miope e non può andare ad ammazzare crucchi in Francia ma si consola grazie ai suoi muscoli fortissimi e all'attività da animatore di campi giochi per ragazzi.
A un certo punto scoppia l'epidemia di poliomelite. Dopo un paio di giorni di gente che gli muore attorno Bucky scappa fra le montagne. Poi scopre di essere un portatore sano. Poi si ammala e perde un braccio e una gamba. Lascia la donna perché non vuole farla vivere con uno storpio. Morirà solo. The End.

Commento: quanto cazzo sono divertenti i libri di narrativa eh?
La scrittura è paurosamente scorrevole. Bella la ricostruzione dell'ambiente storico. Bella la ricostruzione psicologica del protagonista. Bella la problematica di Dio visto dal punto di vista degli ebrei statunitensi. Bello tutto. L'unico problema è che ho passato l'intero libro a ripetermi: "sì, raga, ma un po' di quarantena gliela vogliamo far fare a sta gente per favore?". Perché capisco che non sappiate bene come si trasmette la polio. Capisco il eh ma alla fine solo uno su 20 muore e solo 1 su 10 rimane orribilmente sfigurato e/o menomato, però diosanto... letteralmente metà del romanzo non esisterebbe se un'autorità randomica avesse detto: "ok Bucky, sei stato a stretto contatto con sto tizio morto di polio, adesso te ne stai chiuso 15 giorni in casa. Ci vediamo fra due settimane".
Sono contento di non vivere negli anni '40.

Voto: 7. 7+ in quanto pubblicato nel 2016 e quindi pre-covid. Quasi profetico.


giovedì 20 gennaio 2022

Segnalare cose

Apriamo il pezzo ringraziando la Mondadori che, dopo anni, ha deciso di fare questo passo di enorme coraggio. Non è sempre facile investire su un giovane scrittore esordiente, prendersi i rischi di stampare, anche se in poche copie, le sue raccolte di racconti e distribuire anche al di fuori delle grandi metropoli, magari anche in posti sperduti come Siena e Firenze. Quindi grazie. Non molti si sarebbero accollati questo arduo compito ma si sa, per la diffusione delle opere dell'ingegno umano si fa di tutto, anche quando si è così incerti di avere un ritorno economico.

Siete dei cazzo di eroi eh...
In effetti alla fine chi cazzo è sto Martin? Sì ok, ha scritto quella serie su cui abbiamo lucrato per un decennio dividendo ogni singolo volume in dodici libri, ma ci potremmo veramente fidare a pubblicare i suoi racconti? Magari sì, però sai cosa? Mettiamo dei draghi, uno scudo e un elmo in copertina. Che non c'entra un cazzo perché il 95% dei racconti tratta di fantascienza, però dai, lo sai che la gente vuole quello no?

Quindi è finalmente uscita anche per I Miti, quindi a un prezzo che non necessita l'asportazione di un rene in libreria, la raccolta di una buona parte dei racconti di Martin non ancora tradotti in italiano. A breve dovrebbe uscire anche il secondo volume.
Cosa troverete?
a) Sapevate che Martin ha scritto un'intera serie di racconti ambientati in un futuro alternativo segnato dalla colonizzazione spaziale?
Tipo Asimov. Solo che se Asimov ci è andato leggero e si è limitato a presentare una realistica evoluzione in una galassia vuota in cui il paradosso di Fermi l'ha detta decisamente bene alla razza umana (ma anche no per via dell'Eternità, chi sa sa), Martin, al suono di hold my beer, si è prodotto in una intricata rete di relazioni fra popoli alieni che abitano spazi immani nella Galassia. La cosa più affascinante del cosiddetto "Manrealm" (l'universo di cui sopra) è relativa ai viaggi spaziali. Martin ci presenta una galassia in cui né sono resi impossibili dalle leggi della relatività, né risultano istantanei o quasi grazie a simpatici trucchi iperspaziali. I viaggi sono possibili, avvengono a velocità superiori a quelle della luce (sì, lo so, lasciate perdere) ma richiedono tempi lunghissimi. Quindi ci sono intere civiltà aliene che abitano questi spazi galattici immensi che hanno a che fare l'una con l'altra, per tempi biblici, ma che comunicano spesso con molte difficoltà. E l'esistenza, l'incomunicabilità, la differenza fra gli umani e gli alieni stessi è resa con un'eleganza di introspezione squisita. Al mattino cala la nebbia, La città di pietra e I passeggeri della Nightflyer sono racconti che valgono da soli il prezzo del libro.
b) Sì, c'è anche un po' di fantasy
Il drago di ghiaccio è sicuramente quello che cercheranno di vendervi ma Le solitarie canzoni di Laren Dorr è senz'altro superiore.
c) Sapevate che Martin scrive anche horror?
È difficile da riconoscere, perché è quasi sempre mischiato con la fantascienza. Però c'è ed è quasi sempre di natura psicologica. A parte I re della sabbia che sì, è bellissimo, ma l'hanno già pubblicato separatamente e quindi lo trovereste tranquillamente in biblioteca, Questa torre di cenere, La cura della scimmia e L'uomo a forma di pera sono abbastanza tremendi. In senso buono.

Ultimo ma non ultimo, fra una sezione e l'altra ci sono note che spiegano il momento storico in cui sono stati scritti i racconti. Cosa che succede spesso nelle raccolte ma qui sono scritte da Martin in persona, che evidentemente aveva un attimo di tempo da dedicargli grazie a tutto quello risparmiato NON scrivendo il seguito di ASoIaF. Li mortacci sua.

"Perché amo il genere fantasy? Permettetemi di rispondere con un testo che scrissi nel 1996, come accompagnamento alla mia immagine nel libro fotografico di Prati Perret, The faces of Fantasy.

 Il fantasy migliore è scritto nel linguaggio del sogni. Possiede la medesima vita dei sogni, più reale del reale... almeno per un momento... quel luogo, magico momento prima del risveglio. Il fantasy è argento e scarlatto, indaco e azzurro, ossidiana venata d'oro e lapislazzuli. La realtà è legno compensato e materiale plastico, il tutto circondato da fango marrone e verde oliva. Il fantasy ha il sapore di habanero e miele, cannella e chiodi di garofano, raffinata carne rossa e vini dolci come l'estate. La realtà è fatta di fagioli e tofu e, alla fine, di ceneri. La realtà sono i centri commerciali di Burbank, le ciminiere di Cleveland, un'area di parcheggio a Newark. Il fantasy sono le torri di Minas Tirith, le pietre ancestrali di Gormenghast, le sale di Camelot. Il fantasy vola sulle ali di Icaro, la realtà a bordo della Southwest Airlines. Perché i nostri sogni diventano così piccoli una volta che finalmente si realizzano? Leggiamo fantasy per ritrovare i colori, credo. Per sentire il gusto di spezie forti e per ascoltare il canto delle sirene. C'è qualcosa di antico e di vero nel fantasy, qualcosa che si rivolge al nostro io più profondo, al bambino che sogna di poter tornare, un giorno, a cacciare nelle foreste immerse nella notte, accendendo un fuoco dentro caverne nelle colline, di trovare un amore che possa durare per sempre da qualche parte, a sud di Oz e a nord di Shangri-La.

Che se lo tengano pure, il loro paradiso. Alla mia morte, io voglio andare nella Terra di Mezzo."

E questo era un esempio. Non vi fermate a GOT per Dio. Leggetevi i racconti di Martin. Leggetevi il viaggio di Tuf. Ne vale la pena.
9/10

lunedì 11 maggio 2020

Jordan e come NON scrivere un BBEG

Adesso che ci penso, mi rendo conto che tutto è nato da un gruppo facebook di dnd e da una discussione sulle migliori saghe fantasy. Nelle classifiche proposte, usciva spesso il nome di Robert Jordan e della sua Ruota del Tempo come la più bella coinvolgente emozionante complessa mai scritta ecc. ecc. Ora, sono pure tizi che mettono le cronache di Dragonlance sopra Tolkien, quindi non è che i loro pareri mi suscitino grandi aspettative, però eravamo in quarantena. Quale momento migliore per approcciarsi a quei ventotto volumi da ottocento pagine l'uno che nella trama sul retro di copertina sembravano tanto banali?
Facciamolo. 

Pastore, viaggio, quest, noia
Meno noia, più wtf??

E questa è la recensione dei primi due volumi della Ruota del Tempo di R. Jordan.



Ok, la scena è questa: mi leggo 300 pagine, poi si arriva a un evento particolare e mi rendo conto di sapere quello che sta per succedere. Subito dopo capisco che io ho già letto questo libro, forse quando andavo all'uni e li prendevo in biblioteca perché ero povero e ancora non esistevano gli e-reader, e mi sono completamente dimenticato cosa ci fosse scritto. Quindi beh, probabilmente non mi era piaciuto.
L'ho riletto, poi ho letto il secondo e sinceramente non lo capisco. In che senso? Beh è un discorso lungo, andiamo per piccoli passi.

La trama: ok, inventatevi un mondo con qualche decina di migliaia di anni di storia, una lotta eterna fra bene e male, un ciclo di reincarnazioni ed eroi leggendari che tornano. Bello, ottimo lavoro Robert. Adesso però prendete un manuale sul fantasy e leggetevi il capitolo introduttivo. Poi scrivete una storia seguendone ogni paragrafo senza mai sgarrare di un passo e fatelo nel modo più scontato, banale e noioso possibile.
Ottimo, avete L'Occhio del Mondo. Profit.
Seriamente, questo primo libro della saga poteva essere scritto da un'AI la cui unica linea di codice fosse: "inserisci in modo randomico tutti gli stereotipi sul fantasy dagli anni '50 ad oggi, possibilmente in ordine". Rand al'Thor, orfano di madre, pastore di un #luogoinculoalmondo, vede il villaggio assalito da un gruppo #esserimostruosirandom comandati da #nazgûldisecondascelta che quasi gli uccidono il padre. La coppia di #magaliv.6 e #guardiadelcorpofighissima gli rivela che quei mostri stavano cercando proprio lui e i suoi due amici e lo costringe ad abbandonare tutto per non attirare la morte e la distruzione sul villaggio ecc. ecc. Iniziano quindi un viaggio di fuga e ricerca, inseguiti dalle forze del male, in cui a un certo punto si separeranno ecc. ecc. Ovviamente c'è il tizio maledetto da un oggetto magico, uno che diventa un licantropo, un elfo gigante dall'aspetto strano che ama le piante e il protagonista scopre di essere la reincarnazione di un campione leggendario che ciclicamente diventa REDITUTTO poi impazzisce e distrugge qualsiasi cosa ma nessuno ci può fare niente perché le profezie dicono che lui deve affrontare il male NELL'ULTIMA BATTAGLIA  e quindi se lo dice la profezia ci devi crede e basta.
Ah vi ho detto che il padre (che non è suo padre eh, lui in realtà è un trovatello) gli ha anche lasciato una spada fighissima da maestro spadaccino?
No perché non vorrei dimenticare qualche cliché.
Alla fine devono trovare un McGuffin e c'è uno scontro finale in cui Rand si appella al potere della plot armor per usare la sua aura potentissima per sconfiggere il BBEG e anche distruggere un esercito facendogli crollare sopra una montagna. Ma quest'ultima cosa giusto perché era lì di passaggio eh. Non che ci si sia impegnato sul serio.

La trama 2: La Grande Caccia è un ottimo titolo perché già spoilera il contenuto del libro. Applausi. Fra i McGuffin trovati nel primo capitolo c'era un corno il cui potere consisteva nel richiamare tutti gli eroi leggendari del mondo per combattere nell'ultima battaglia. Quindi mi direte: "ok, allora è fatta no? Abbiamo trovato il corno e quindi la storia è finita, ggwp e il male ha perso". Ah ah. No ovviamente, perché la grande gara degli stereotipi ricomincia con #ilfurto. Compare #personaggiosecondariocattivo (che improvvisamente è diventato fighissimo per motivi?), che si ruba tutto e parte il grande inseguimento. In un mondo in cui dei tizi a cavallo non riescono a stare dietro a dei mostri che corrono nelle campagne prendendosi anche delle pause per saccheggiare, sterminare e impilare corpi di villici in modo decorativo, facendoci rivivere le migliori partite contro gli uomini bestia di Total War: Warhammer, Rand è ovviamente al centro di tutto. Utilizzando sapientemente l'abilità di "sono il protagonista" shifta a caso in un mondo parallelo che lo fa viaggiare velocissimo e recupera il corno. Poi si rifugia in una città in cui non facendo niente scatena una guerra civile (non sto scherzando eh, letteralmente nel libro seguente dicono: "eh il destino si modella intorno a lui, quindi anche quando non fa un cazzo le cose avvengono" è canon) e gli rubano nuovamente sto cazzo di corno.
Quando tutto sembra perduto viene raggiunto dagli amici e dalla maga (sostituta di quella del primo libro che era in ferie) e tenta di usare di nuovo il teletrasporto per andare all'indirizzo che #personaggiosecondariocattivo gli ha lasciato (per motivi?). Solo che stavolta rolla malissimo il d20 e si ritrova sì nel posto dove deve arrivare ma quattro mesi dopo.
Cosa che non è assolutamente un problema perché tanto nessuno fa un cazzo in sto libro e sono tutti ad aspettare lui che rirecupera il corno, sconfigge un maestro spadaccino grazie al potere della sicumera e poi, boh, l'amico maledetto suona il corno, compaiono gli eroi leggendari e sconfiggono l'esercito del posto. Non da soli però, grazie a Rand che si scontra di nuovo col BBEG e ovviamente vince.

Sinceramente, ma cosa vi siete fumati per dire che sta roba è la migliore saga fantasy di sempre? 
Ok no, questa frase era uno sfogo. Dobbiamo essere professionali e fare un discorso articolato. Ora, difficilmente, dopo aver letto questa roba, qualcuno mi potrà dire che si tratta della migliore sceneggiatura originale del secolo. Però già percepisco le obiezioni "eddai alla fine il fantasy è tutto così, gli stereotipi ci sono sempre" nell'aria. Obiezioni che rendono evidente che non avete letto un cazzo di fantasy ma ok, facciamo finta che siano valide.
Parliamo quindi del worldbuilding e facciamolo in tre punti:

1. la magia e le donne: per qualche motivo il potere (o Vera Fonte) è composto da una parte maschile e una femminile, saidin e sadar, che possono fare all'incirca le stesse cose, anche se fuoco e terra sono più adatti ai maschietti (e quindi sono azzurri) e vento e acqua alle femminucce (e quindi sono rosa). La parte maschile è contaminata dall'oscurità e si dice che chiunque la utilizzi impazzisca e ammazzi tutti. Quindi da tipo tre millenni le donne maghe aes sedai vanno alla ricerca delle controparti maschili e le tagliano fuori dal potere magico (cosa che li porta alla morte e alla pazzia lo stesso). L'ordine delle aes sedai ha una scuola magica con enorme influenza sul mondo e l'arcimaga influenza un po' i destini delle nazioni, anche se hanno tutte giurato di non agire mai direttamente sulla scena politica per non scatenare le folle con i forconi.
Ora, tutto questo va benissimo, ed è un ottimo spunto narrativo solo che. Ok, dovete leggere il libro per capire, perché in una recensione è difficile spiegare come siano assolutamente stupidi i rapporti sociali fra uomini e donne nel libro.
Siamo in un mondo medievale. Ci sono le streghe. Le donne girano in gonna (una ragazza che vede nel futuro viene continuamente definita "strana" perché le piace indossare i pantaloni), si occupano dei figli, della cucina e gli uomini vanno a caccia, combattono (solo la popolazione degli Aiel ha le donne guerriere e per gli abitanti del mondo sono stranissime), si occupano dei campi ecc. Eppure l'intero libro si basa su questo dualismo in cui gli uomini fanno politica ma sono le donne a comandare davvero. È come assistere per 1200 pagine ai battibecchi in famiglia fra tua madre e tuo padre in cui ogni tanto spuntano dei dialoghi madre-figlia in cui la prima dice alla seconda "gli uomini parlano parlano ma poi fanno quello che vogliamo noi perché..." boh. E quel perché rimane costantemente in sospeso a mezza strada fra "sono stupidi" "noi siamo magiche" e "abbiamo la figa". Il tutto senza alcuna coerenza con l'effettiva costruzione del mondo. Si capisce benissimo perché le aes sedai abbiano un posto di rilievo nella politica. Difficile ignorare qualcuno che ti può effettivamente incendiare il granaio con un gesto delle mani. Ma perché mai esistano questi "consigli delle donne" in una società medievale e con un'economia evidentemente patriarcale boh. Magari si scopre nel libro 7 e io sono solo all'inizio del 3. 

2. i millenni: il mondo è antichissimo. Che andrebbe bene, se non fosse che tutti sanno tutto di tutto e contemporaneamente nessuno sa un cazzo di niente. Mi spiego. Antica epoca leggendaria, regno di luce e prosperità, il signore delle tenebre fugge dalla prigione del Creatore (che evidentemente è andato a creare qualcos'altro invece di vigilare sulla sua creazione come ogni buon Dio che si rispetti) e scatena una guerra epocale. Lewis Therin (grande mago e re, definito Drago) raduna tutti i maghi maschi (solo i maschi non si sa perché) e lo imprigiona di nuovo. Il signore delle tenebre (che chiamerò Balzamon perché non ho voglia di ricontrollare come si scrive il nome) si vendica contaminando la magia maschile con l'oscurità che fa impazzire tutti i maghi che scatenano l'apocalissi e distruggono il mondo, spianando montagne, affondando i continenti e cose così.
Ora, da tutto questo, il mondo declina ma solo dal punto di vista tecnologico. Nel senso, le aes sedai, che sono letteralmente le persone istruite, si ricordano benissimo chi cazzo fosse questo Lewis Therin, così come si ricordano ogni evento storico importante degli ultimi tremila anni. Quindi se ne deduce che abbiano almeno una libreria con 3-4 volumi di storia del mondo divisa per epoche.
Però sulla magia niente. In tremila anni hanno perso infinite conoscenze e nessuno si ricorda più niente di come si facevano certe cose e non altre. È un po' come se nel 3000 d.C. fossero arrivate tutte le puntate di A.C./D.C sulla storia del mondo, ma neanche un tutorial su come fare il cemento.
Ora, la cosa sarebbe credibile se l'apocalisse non avesse lasciato in piedi niente. Hai una civiltà che si è rialzata dalle macerie dopo mille anni, alcuni hanno ritrovato quattro tomi polverosi in una biblioteca e sculo vuole che fosse solo il settore di storia antica e non quello di ingegneria. Ci sta. Può essere.
Ma che senso ha che questo avvenga in presenza di una cazzo di ACCADEMIA MAGICA millenaria la cui tradizione si perpetua senza interruzioni nella storia, fondata e tenuta in vita da gente che da millenni si dedica alle stesse identiche cose?? Ok, alcune cose magiche che potevano fare solo uomini e donne uniti assieme non le avete conservate perché tanto gli uomini non possono più usare la magia, ci sta. Ma perché avete perso pure le conoscenze delle aes sedai donne? Si tenevano i segreti? C'è stata una rivolta generazionale nel '68 e i giovani hanno preteso il 18 politico all'uni di magia? Cosa?
E questo vale anche per il resto del mondo e dei popoli eh.
Che senso ha che una popolazione di ok non chiamiamoli elfi esseri chiamati Ogier dalla lunghissima vita che vivono in luoghi fuori dal mondo, non toccati dalla magia, si siano completamente dimenticati di come costruire le cose nonostante vengano chiamati "i costruttori"?? È un po' come se arrivando a Gran Burrone, Elrond avesse tenuto un consiglio dicendo "boh, noi non ci ricordiamo più di un cazzo. Anelli? Quali anelli? Ah ne ho uno al dito? Boh me lo ha dato tipo il mio bis-bis cugino un millennio fa ma chi sta a pensare a queste cazzate? Volete una tisana?"
Dio santo. Magari anche questo verrà spiegato nel libro 7. Fino ad ora l'unica spiegazione è stata "boh a un certo punto le conoscenze si sono perse. Che ti devo dì? Magari le avevano tutte gli uomini aes sedai maschi che sono morti o le avrà mangiate il cane. O magari sta roba dal punto di vista narrativo non ha senso, sta zitto e segui Rand che impara a suonare il flauto durante un viaggio in barca (sic.).

3. le leggende del regno accanto: ok, c'è questa roba stranissima che il mondo è grande, ma non così grande. Rand e i suoi compagni escono dalla regione in cui abitano, che è definita come un luogo sperduto, in tre giorni a cavallo. In circa un mesetto di viaggio, a piedi (con vari casini e deviazioni dovuti agli inseguitori) arrivano nella capitale del regno. Le marche di frontiera sono a un altro mese di viaggio. È tanto, ma non è l'immensità. Non c'è nessun motivo, in un mondo dotato di commerci fluviali, menestrelli che girano dappertutto, maghe che conservano segreti arcani e addestrano eredi al trono, mercanti di ogni tipo, genere e numero, viaggi a cavallo, che degli esseri come i "trolloc" vengano considerati leggendari. Soprattutto se c'è una guerra permanente ai confini del mondo in cui delle "marche di confine" chiamate "marche di confine" combattono contro i mostri. Eppure no, la gente a più riprese rifiuta di credere nell'esistenza dei mostri. Poi stupiscono di fronte a un Ogier (sempre sti cavolo di tizi che parlano alle piante) e in una città lo vogliono linciare, ma nel villaggio accanto nessuno fa una piega. C'è una assoluta disparità di conoscenze e comportamenti che è davvero difficile da credere in un mondo che è fondamentalmente molto interconnesso. E sinceramente non se ne capisce il motivo, perché non c'è una vera esigenza narrativa alla base. Per dire in ASoIaF tutti considerano gli estranei come leggendari. Ed è ovvio, nessuno li vede più da mille anni. Ma quando Daenerys conquista la sua prima città, in un mese si viene a sapere che ci sono tre draghi in giro per il mondo. E stanno in un continente diverso, separato dall'oceano. Come è possibile che da secoli le marche di confine combattono contro i trolloc (e appena trenta-quarant'anni prima una è stata distrutta e conquistata) e gente che sta a un mese di viaggio li consideri esseri leggendari? È come se in un paesino della Toscana medievale la gente fosse andata in giro a dire: "mah, sti francesi. Sì, dicono che a Firenze ogni tanto se ne vede qualcuno, ma tu ci credi? Secondo me i francesi non esistono".

Ma oltrepassiamo anche il worldbuilding e occupiamoci dell'ultimo punto che è anche quello che da il titolo alla recensione. Il Big Bad Evil Guy. Perché seriamente, quasi ogni storia può essere salvata da un buon cattivo. E invece no.

Il cattivo: abbiamo Shai'tan, il Tenebroso, Padre delle Menzogne, quello che volete voi edgy e fighissimo, che deve imporre al mondo il suo potere. C'è una bella storia utilizzabile. Pensateci un attimo. Un gruppo di maghe domina il mondo facendo da consigliere ai sovrani. Quelle stesse maghe appena trovano un uomo in grado di usare la magia lo "domano" togliendogli i poteri magici. Dicono di essere costrette a farlo perché poi gli uomini impazziscono, ma di fatto gli unici a fare in tempo da impazzire sono quelli che tentano di ribellarsi al loro dominio insorgendo come falsi draghi (con più o meno buoni motivi).
Cosa farebbe un cattivo intelligente, in grado di manipolare i sogni della gente, quando individua un pastore con notevoli poteri magici a cui le maghe di cui sopra stanno pure abbastanza sul culo? Beh, la butto lì, io mi presenterei come una divinità caritatevole, desiderosa di aiutarlo a comprendere i suoi poteri e a dominarli. Gli direi che c'è un enorme complotto mondiale di donne desiderose di usurpare i poteri maschili. Che gli antichi aes sedai  maschi erano stati ingannati dalle loro compagne e che da secoli gli uomini vengono cacciati come animali perché le maghe hanno paura di loro. E una volta conquistata la sua fiducia insegnandogli a usare i suoi poteri, lentamente lo corromper... NO MANDIAMO DUECENTO MOSTRI A DISTRUGGERGLI CASA, AMMAZZARGLI IL PADRE E POI GLI APPARIAMO IN SOGNO COME UN ESSERE FATTO DI FUOCO E TENEBRE CHE "TANTO CI SERVIRAI COMUNQUE VIVO O MORTO QUINDI OBBEDISCI SCHIAVO".
Oh wow. Veramente quello che mi aspettavo da un diabolico e machiavellico signore delle tenebre. Mi chiedo come mai Rand abbia preferito seguire la maga del cui ordine tutto il mondo gli ha parlato male ma che comunque ha salvato la vita a suo padre.
E tutto va avanti in questo modo, per due libri, con sto povero stronzo di Tenebroso che stalkera i sogni della gente e non fa altro che lanciare minacce a casissimo rinnovando ogni volta l'offerta di servirlo "perché sennò ti ammazzo e allora mi servirai da non morto lol". Dio mio è letteralmente come se continuasse a telefonarvi la Vodafone per chiedervi di fare un contratto minacciandovi che "se non firmate ti seghiamo la linea e poi sarai costretto a chiederci il wifi lo stesso, lol". Una roba talmente cringe che probabilmente Shai'tan viene preso in giro da tutti i suoi colleghi quando si riuniscono a bere una birra nel bar dei cattivi.
Un buon cattivo poteva ancora salvare questi libri, ma questo non è un buon cattivo neanche di lontano.

Ci sarebbero anche altre cose da dire eh. Tipo il problema di questo corno, che evoca spiriti leggendari buoni ma che servirebbero pure un cattivo nel caso lo suonasse. Ma che nessun cattivo suona nonostante lo tengano in mano quattro mesi. Poi lo suona l'amico di Rand ma gli spiriti leggendari col cazzo gli dicono "ok, cosa dobbiamo fare padrone?" ma si rivolgono subito a Rand e prendono ordini da lui perché lo riconoscono evidentemente come l'alfa. Quindi in pratica gli spiriti obbediscono a chi suona il corno anche se è cattivo, ma non se c'è Rand in giro perché mica ti vuoi mettere contro al protagonista della storia no? E poi sto corno in teoria andava suonato nell'ULTIMA BATTAGLIA, ma qui lo usano contro un esercito che aveva occupato una città tipo Cagliari. Quindi o era un'ULTIMA BATTAGLIA veramente sfigata, oppure il corno può essere usato tutte le volte che vuoi a caso e  quindi non si capisce perché non hanno sti tizi leggendari permaevocati che gli risolvano tutti i problemi. Magari hanno un contratto che prevede solo x ore di combattimento ogni secolo e se sgarri poi ti arriva la CGIL-CISL&UIL a casa. Boh.
Ma era giusto per fare un esempio eh. Non infogniamoci in tutte le cazzatine che sennò facciamo notte.

Voto finale: 6.
Si salva perché è passabilmente scorrevole e perché siamo in quarantena. Dovessi scegliere fra questo e la Spada della Verità di Goodkind, sceglierei Goodkind. Nel senso, il protagonista overpower e le minchiate ci sono pure lì, ma almeno ci sono le parti bondage che un minimo tengono svegli.

venerdì 30 marzo 2018

Io comunque vado in treno

Visto che mi sono ricordato dell'esistenza di questo blog, tanto vale che lo sfrutti per buttare giù quello che penso del seguente volume, concessomi in prestito in vista dell'incontro pubblico con l'autore:

Titolo senz'altro azzeccato
L'autore: Mirko Manetti ha un blog personale, con una bio incasinata come solo un tizio nato dopo gli anni '80 può avere. Mi ha particolarmente incuriosito quell'accenno alla partecipazione a Forum del 2010, cosa che si ricollega bene con l'attività di improvvisazione teatrale. Cioè, io non lo scriverei sul cv, ma sono gusti. Le faq però sono abbastanza divertenti e sono anche utili se volete farvi un'idea del modo in cui scrive. 

La trama: il libro è invece in gran parte un prodotto del web. Si tratta di un collage di resoconti giornalieri del pellegrinaggio a piedi da Montelupo fiorentino a Roma, sulla Francigena, pubblicati in un primo tempo su facebook e poi riadattati in un unico volume.
Il classico diario di viaggio, in pratica, con i suoi incontri, successi e disavventure.


Il commento: carino. Si legge velocemente, è scorrevole e mai noioso. L'esperienza è senz'altro interessante per come viene narrata, specialmente per chi è del tutto a digiuno del tema. Mi verrebbe da dire che fa venire voglia di viverne una simile, e certamente la parte iniziale in cui si forniscono i "consigli per camminare" è incoraggiante, però no. La voglia passa dopo le prime venti pagine.
Certo, sono perfettamente d'accordo con l'autore quando parla del "vivere" i luoghi. C'è una bellissima pagina in cui si spiega come attraversare i paesaggi in modo lento consenta di sentirsi parte di essi, di fermarli nella memoria, di acquisirli come propri. E sono d'accordissimo e sono pronto a mettere la mano sul fuoco che sia una fonte di arricchimento personale incredibile ma... no. Mi fa fatica. Bel tentativo Mirko, ma col cazzo che mi faccio trenta km a piedi al giorno, mi disp. 
Nota a margine per gli ostelli e i posti per dormire: se l'accoglienza per i pellegrini è quella descritta, meglio prenotarsi i B&B lungo la strada. Seriamente.
Insomma, sembra un'impresa da praticare per gente molto in salute e con una forte motivazione. Da questo punto di vista gli accenni alla componente "spirituale" del viaggio, sebbene abbastanza in secondo piano, lasciano un po' indifferenti, specie se si è dei miscredenti convinti.
Il finale con i tre arrivi mi ha lasciato abbastanza perplesso.

Giudizio: 7? Non è esattamente il mio genere ma l'ho letto con piacere. 

Avvertenza: i non toscani potrebbero a volte trovarsi a disagio con i vocaboli.