Nel caso qualcuno se lo chiedesse sì, sto facendo il rewatch di Buffy.
Di nuovo.
Opinioni non richieste né desiderate sull'Italia, il mondo e lo scibile universale
Nel caso qualcuno se lo chiedesse sì, sto facendo il rewatch di Buffy.
Di nuovo.
Non so se lo sapete ma su Amazon prime è uscita la seconda stagione di Rings of Power. Se lo sapete, non vi è potuta sfuggire la quantità di polemiche sull'argomento. Ora questo post non serve a far polemica, quanto a trattare uno specifico argomento che mi rimane comodo tenere qui, in modo da poterlo linkare alla bisogna. Oggi parliamo quindi degli orchi padri di famiglia pacifisti e di dove cercarli.
Il fronte del No, solitamente estremamente attento al canone, ha trovato un grosso ostacolo nella citazione seguente, che i Sì hanno spammato sull'internet.
Esse sarebbero il maggiore fra i Peccati di Morgoth, abusi del suo più alto privilegio, e sarebbero creature generate dal Peccato, e naturalmente malvagie. (Stavo per scrivere “irrimediabilmente malvagie”, ma mi sarei spinto troppo in là. Perché accettando o tollerando che siano stati fatti, condizione necessaria per la loro esistenza, perfino gli Orchi diventerebbero parte del Mondo, che è di Dio e quindi in definitiva buono.)
Bozza di lettera a Peter Hastings, settembre 1954, J.R.R. Tolkien - Lettere 1914/1973, Bompiani, Firenze 2017, pp. 310.
Riguardo agli altri punti, credo di essere d’accordo sulla “creazione da parte del male”. Ma Lei è più disinvolto con la parola “creazione” di quanto sia io.* Barbalbero non dice che l’Oscuro Signore ha “creato” Troll e Orchi. Dice che li ha “fatti” come pessime copie di alcune creature preesistenti. Secondo me c’è un abisso fra le due affermazioni, tanto che la dichiarazione di Barbalbero potrebbe (nel mio mon- do) anche essere vera. In effetti non lo è riguardo agli Orchi, che fondamentalmente sono una razza di creature “razionali incarnate” benché orribilmente corrotte, anche se non più di molti uomini che girano al giorno d’oggi. [...] La sofferenza e l’esperienza (e forse l'Anello stesso) danno a Frodo più intuito; e Lei leggerà nel cap. I del libro VI le sue parole a Sam. “L'Ombra che li allevò sa solo disfare, non sa fare, creare cose nuove da sola. Non credo che abbia generato gli Orchi; non fece che rovinarli e depravarli.” Nelle leggende dei Giorni Remoti si ipotizza che il Diabolus abbia soggiogato e corrotto alcuni dei primi elfi, prima che essi avessero mai sentito parlare degli “dèi”, men che meno di Dio.
Ivi, pp. 302-303.
Ma se esse possano avere “anima” o “spirito” sembra una questione diversa; e poiché nel mio mito non ho contemplato la possibilità di fare anime o spiriti, cose dello stesso ordine anche se non dello stesso potere dei Valar, per “delega”, allora ho rappresentato almeno gli Orchi come esseri reali pre-esistenti, sui quali l’Oscuro Signore abbia esercitato tutto il suo potere per rimodellarli e corromperli, non per crearli. Che Dio possa “tollerare” questo fatto non sembra teologicamente peggiore della calcolata de-umanizzazione degli Uomini da parte dei tiranni alla quale assistiamo oggi.
Ivi, p. 310.
Sembra che la vita in un campo non sia cambiata per nulla, e ciò che la rende così esasperante è il fatto che tutte le sue caratteristiche peggiori non sono necessarie, e si devono alla stupidità umana che (come i “pianificatori” rifiutano di vedere) è sempre ingigantita indefinitamente quando viene “organizzata”. Ma l'Inghilterra nel 1917-1918 era decisamente povera ed è un po’ stupido che in una terra di relativa abbondanza tu debba sopportare simili condizioni. E chi paga le tasse vorrebbe sapere dove finiscono tutti i milioni, se i migliori dei loro figli devono essere trattati così. Comunque è quasi inevitabile, dato che gli esseri umani sono ciò che sono, e l’unica cura (a parte una Conversione universale) sarebbe di non avere guerre, né pianificazione, organizzazione o irreggimentazione. Il corpo in cui presti servizio, naturalmente, come sa chiunque possieda una qualche intelligenza e occhi e orecchie, è pessimo, tira avanti grazie alla reputazione di pochi uomini valorosi e tu probabilmente ti trovi in un angolo messo particolarmente male. Ma tutte le Grandi Cose progettate in grande danno questa sensazione al rospo che finisce sotto l’aratro, anche se in un quadro ‘più generale funzionano e fanno il loro lavoro. Un lavoro in fin dei conti malvagio. Stiamo tentando di sconfiggere Sauron usando l'Anello. E (sembra) ci riusciremo. Ma il prezzo da pagare sarà, come sai, la generazione di nuovi Sauron, e la lenta trasformazione di Uomini ed Elfi in Orchi. Non che nella vita reale le cose siano così nette come in una storia, e noi avevamo molti Orchi dalla nostra parte fin dall’inizio. [...] Bene, eccoti qui: uno hobbit fra gli Urukhai. Conserva la tua hobbitudine nel cuore, e pensa che tutte le storie sembrano così quando ci sei dentro. Tu sei dentro una storia molto grande!
- Tolkien a Christopher, 6 maggio 1944, J.R.R. Tolkien - Lettere 1914/1973, Bompiani, Firenze 2017, p. 126
Spero che tu abbia presto qualche altra licenza per vedere l'Africa genuina. Lontano dai “servi inferiori di Mordor”. Sì, penso che gli Orchi siano reali quanto qualsiasi creazione di un romanzo “realistico”: le tue parole vigorose descrivono bene la tribù; solo che nella vita reale essi si trovano in entrambe le fazioni, naturalmente. Poiché il “romanzesco” è nato dalla “allegoria”, e le sue guerre sono ancora derivate dalla “guerra interiore” dell’allegoria in cui il bene è da una parte e varie forme di male sono dall'altra. Nella vita reale (esteriore) gli uomini sono da entrambe le parti: e questo significa una variegata alleanza di orchi, bestie, demoni, semplici uomini naturalmente onesti, e angeli. Ma fa una certa differenza chi siano i tuoi capitani e se di per sé siano simili a orchi!
- Tolkien a Christopher, 25 maggio 1944, J.R.R. Tolkien - Lettere 1914/1973, Bompiani, Firenze 2017, p. 133
Quello che c'è da capire della narrazione di Tolkien è che si tratta della forma più pura di epic fantasy contemporaneo. I personaggi del romanzo, tutti, sono funzioni narrative che parlano di temi più grandi. Dire che gli orchi sono geneticamente malvagi dando una giustificazione in lore, è quasi superfluo in quanto sono di per sé una rappresentazione del reale trasportata nella fiction. In questo senso, è abbastanza privo di senso chiedersi se gli orchi possano essere pacifici, amare la famiglia, coltivare altre ambizioni che non siano quelle della razzia e del saccheggio. Semplicemente perché gli orchi esistono in quanto antagonista malvagio. Volendoli trasportare sul piano reale, gli orchi sono, come dice Tolkien nelle lettere, esseri umani rovinati, depravati, de-umanizzati da tiranni che mirano a irreggimentare e deprivare i sottoposti della loro volontà individuale per sottoporli al proprio dominio. Nella realtà - che Tolkien ha vissuto, vi vorrei ricordare che LoTR viene scritto nel pieno della Seconda Guerra Mondiale da un tizio che aveva partecipato alla Prima - gli orchi si trovano in entrambi gli schieramenti. Sono i tedeschi delle SS divenuti macchine assassine nelle mani dei gerarchi nazisti ma anche inglesi privati dalla compassione e dell'umanità dalle durezze della guerra. Il punto però è che nel fantasy epico questa contrapposizione viene sublimata nei campi in lotta. La guerra di elfi e uomini contro gli orchi è la lotta di tutti gli esseri umani che preservano la bontà e la gentilezza dalla violenza e dalla sopraffazione. Da questo punto di vista è inutile chiedersi se gli orchi possano redimersi. Semplicemente perché un orco redento non è più un orco. La rappresentazione della serie di Amazon è sbagliata non perché gli orchi non possano redimersi, è sbagliata perché non capisce che gli orchi esistano in quanto rappresentazione della malvagità umana e che quindi nessun essere vivente che conservi sentimenti di pietà e gentilezza può essere considerato un orco.
Il problema di Rings of Power è che cerca di forzare una narrazione grigia, in cui buoni e cattivi non esistono ma esistono solo esseri umani (alcuni con le orecchie a punta, alcuni molto bassi e alcuni brutti da vedere) con aspirazioni e desideri individuali, in un'opera che è eminentemente epica. Ovvero il cui tono presuppone un Bene e un Male fortemente distinti, in cui le azioni individuali servono semplicemente a definire a quale fronte aderisci. Per questo RoP ha pochissimo a che fare con Tolkien. E raga, e qui mi rivolgo al fronte del Sì, è assolutamente legittimo che questa serie vi piaccia. Ma se non avvertite alcun attrito fra RoP e l'opera di Tolkien, considerate la possibilità non solo di non aver capito Tolkien ma che alla fin fine di Tolkien vi piaccia solo l'estetica.
Ci può stare eh.
Spero di essermi spiegato.
Anatomia di una caduta, film del 2023, vincitore della Palma d'Oro a Cannes. Non avrei voglia di parlarne ma mi sto annoiando e ho bisogno di distrarmi. E quello che uso per distrarmi di solito oggi mi annoia, quindi proviamo a scrivere sta cosa.
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| Che poi si è lanciato, mica è caduto (ndr.) |
Trama: Sandra e Samuel vivono in una baita di montagna col figlio ipovedente di nome Daniel e il cane guida. Sandra è una scrittrice di successo. Samuel sarebbe un bravissimo insegnante ma vorrebbe fare lo scrittore anche lui, solo che non ci riesce. Un giorno il figlio esce di casa col cane e quando torna trova il corpo del padre sanguinante apparentemente caduto dal terzo piano. Per una serie di indizi strani, rapporti poco chiari e testimonianze rilasciate a cazzo (cosa che conferma che non si deve MAI dire niente in assenza dell'avvocato), la polizia inizia a farsi delle domande e parte un processo. Sarà caduto? Si sarà suicidato? La moglie l'ha spinto? Boh.
Trama con spoiler
«Insomma Massimo, vuoi deciderti o no a fornirci il tuo alibi per la sera del delitto?»«Io non ho mai alibi. Ma faccio notare che chi non ha un alibi è innocente, vero commissario? Un vero assassino si prepara sempre un alibi»«Quand'è così sono innocente anch'io, aah!»«Troppo facile! Anna Carla, commissario, ha mezzo alibi. È stata al cinema, ma nessuno l'ha vista. Tutti gli assassini vanno sempre al cinema la sera del delitto»
Siccome Comencini ha quasi sempre ragione è facilissimo capire che Samuel si sia suicidato e che Sandra sia innocente. Non solo non ha un alibi, ma fornisce le ragioni che secondo lei hanno portato al suicidio solo in un secondo tempo e talmente male che sembra se le sia inventate in quel momento. Tutto il film è quindi una profondissima analisi psicologica del contesto familiare, dei rapporti fra marito e moglie, delle illusioni e delusioni di Samuel, dei sensi di colpa nei confronti del figlio, tutto diretto a convincere il giudice di quello di cui noialtri che guardiamo il film ci siamo convinti al minuto 10: che Sandra forse non è la persona più simpatica sulla faccia della terra ma che essere inglese non corrisponda anche a essere colpevole. È pure vero che il giudice è francese. Capisco che per loro essere inglesi costituisca un reato.
Commento: il film è oggettivamente un po' lungo e la parte finale forse un po' strascicata. Inoltre, come dire, sembra che la sceneggiatura sia stata scritta da qualcuno veramente ma veramente deciso a far passare come cretini e persecutori senza cuore gran parte dei componenti della giustizia francese. Il tutto ignorando come difficilmente nella vita vera potrebbe essere portato avanti in modo così spietato un processo per omicidio in cui: a) non si trovi l'arma del delitto; b) non si abbia una ricostruzione convincente di come possa essere stato messo in atto; c) la vittima fosse evidentemente in crisi e sotto psicofarmaci perlopiù interrotti prima della morte. Insomma, sembra scritto da uno di quelli che ma vedi che forse Rosa e Olindo hanno ragione eh.
Detto questo e passando sopra a qualche esagerazione, il film è ottimo dal punto di vista dell'introspezione sui personaggi. Quando finisce siamo di fronte a dei quadri di personalità ottimamente illustrati e dettagliati. Si ha l'impressione di conoscere queste persone e di capire cosa le muova fin nell'intimo. In questo è senso è scritto benissimo e l'intero processo diventa una enorme ricostruzione di rapporti interpersonali in cui l'esito finale e in fondo poco importante.
C'è anche una fugace riflessione sul meccanismo della comunicazione pubblica della cronaca nera e di come la narrativa di una storia possa influenzare l'andamento processuale. Il per il pubblico è molto più interessante la storia di una scrittrice che ammazza il marito piuttosto che quella di un insegnante depresso che si getta dal terzo piano è cosa sicuramente vera ma che rimane abbastanza ai margini della narrazione.
Voto: 8 e mezzo. Potrebbe annoiarvi. Se non vi annoia vi conquista.
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| Il Mastro dell'accendino (ndr.) |
Un po' di tempo fa ho scritto riguardo al gruppo di lettura che sto frequentando. Ne sono tutto sommato soddisfatto perché mi aiuta ad uscire un po' dalla comfort zone dei miei generi preferiti (fantasy, fantascienza e storico). Su questo filone, ultimamente ho letto tre libri che in qualche modo ho visto legati da un unico filo conduttore e questi sono i miei appunti in merito.
1) John Fante - La Confraternita dell'uva
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| Ho notato adesso la prefazione di Capossela |
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| Un'efficace brevità |
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| Sorseggiare pastis in un bar di Marsiglia |
Probabilmente farò il solito ascolto/classifica di Sanremo perché ormai è tradizione, però volevo partecipare al dibattito nazionale su Angelina Mango che scippa il titolo a quello che piaceva al popolo. E lo farò facendovi notare un piccolo dettaglio che non so perché sembra sfuggire ai più:
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| Classifica Sanremo 1982 |
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| Classifica Sanremo 1983 |
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| Quei... cazzo... di... violini... (ndr.) |
Questo post è in parte una richiesta di aiuto. Cercasi gente che mi spieghi perché questo film è un incredibile capolavoro. Perché quando l'intero mondo dell'internet e la commissione dei golden globe lo sostengono, inizi a sentirti leggermente sbagliato tu, se invece ti ha fatto un po' cagare. Ma parliamo di...
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| L'ultimo capolavoro di Miyazaki ecc. ecc. (ndr.) |
Disclaimer: non è un post per dire che mi ha fatto schifo. Semplicemente avevo adorato la prima serie (anche le stagioni che alla massa non erano piaciute) e avevo grandi aspettative per questo ritorno. Invece mi sono trovato in molti punti a storcere il naso e ad annoiarmi. Non è una brutta serie ma ci tenevo a mettere tutti i puntini sulle i.
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| Salvata in calcio d'angolo... (ndr.) |
1) Richter e i suoi scontati traumi infantili. Ho trovato l'intera backstory del personaggio banale al limite del ridicolo con l'unico evidente vantaggio di essere corta (dopo torniamo su questa cosa). Nell'istante stesso in cui la madre gli dice "corri al porto" prima di combattere contro il vampiro evidentemente fighissimo, sai già che col cazzo scapperà e che questo le costerà la vita. La cosa è talmente telefonata che puoi tranquillamente andare in bagno e tornare con calma. C'è di buono che il combattimento è effettivamente bello da vedere (un livello qualitativo che purtroppo cala sensibilmente nel corso della serie) e che il personaggio di Olrox è interessante e ben scritto.
4) Tutti magici. Uno dei punti di forza della prima serie su Castlevania era il modo in cui ogni personaggio aveva capacità molto distinte e poteri caratteristici. I fight in cui Trevor, Sypha e Alucard combattevano insieme erano una gioia per gli occhi perché tutto quello che facevano era perfettamente identificabile e nella diversità componeva un quadro armonico. In questa serie i poteri dei personaggi sono molto appiattiti in quello che sembra un bisogno spasmodico di far usare la magia a tutti quanti. Ne risulta che sono tutti meno interessanti. Fra l'altro non si è capito bene cosa sia successo alla frusta dei Belmont. Oltre a cambiare skin, in Castlevania faceva semplicemente esplodere i mostri e i vampiri più deboli. Qua è molto meno micidiale e lo stesso vale per tutte le armi usate. Cosa fra l'altro molto strana, visto che nel videogioco Richter era quello dotato di una mossa suprema per ogni arma (la frusta che invece si incendia c'è ma anche qui viene ricollegata al fatto che il personaggio è un mago). Non si capisce perché abbiano voluto annacquare il concept di "guerriero addestrato che fa strage di creature della notte grazie alle sue armi sacre" per aggiungerci "però meno male che la sua ava gli ha lasciato i poteri magici sennò sarebbe una pippa al sugo". Non solo indebolisce la sua caratterizzazione ma indebolisce anche l'unicità degli altri personaggi. Vanno un po' meglio Maria e Annette che almeno hanno dei tratti distintivi (l'evocazione degli animali e il controllo del metallo), ma non si arriva mai a quelle scene stupende di combattimenti corali della prima serie. Semplicemente tutto si mischia un po' in un pastone unico in cui spiccano per contrasto i vampiri, sui cui poteri invece si è lavorato in modo secondo me più efficace.
5) La deriva Rey. Sempre legato al problema della magia, una cosa che NON mi è piaciuta PER NIENTE è l'aver legato l'uso dei poteri alla psicologia del personaggio. Una delle cose più belle della prima serie di Castlevania è che i personaggi sembravano sempre assolutamente competenti in quello che facevano. Sypha era una maga con i controcazzi perché le sue tecniche crescevano di complessità e accuratezza mano a mano che si scontrava con gente sempre più forte. Nelle ultime puntate dell'ultima stagione era sbalorditivo il modo in cui i combattimenti venissero scritti per far vedere quanto porca troia fosse brava nel gestire la magia. Qua siamo in totale controtendenza con roba che personalmente metto nella sezione "cose che avrebbe potuto fare Rey in Star Wars". Ovvero: non ho nessun problema se Richter viene traumatizzato dalla morte della madre e smette di usare la magia per quello. Posso non avere problemi sul fatto che in un momento estremamente drammatico e con le spalle al muro, un'esplosione incontrollata di magia repressa gli procuri una via di fuga. Ho però ENORMI problemi sul fatto che immediatamente dopo inizi a usarla come se non avesse mai fatto altro negli ultimi quindici anni di vita. Nel giro di cinque ore Richter inizia a fare robe estremamente complesse, su cui mai si è addestrato e che mai ha praticato nella vita. Letteralmente Rey nell'ultima trilogia di Star Wars. Non c'è nessun motivo per cui dovrebbe saper fare quelle cose. Le fa perché la trama lo richiede e perché la magia funziona alla cazzo. Il problema di sta roba è che è pigra e favorisce soluzioni di sceneggiatura pigre. Il momento in cui il BBEG sarà troppo forte e Richter risolverà tutto appellandosi al potere dell'amicizia è già da ora prevedibile e noioso.
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| Le edizioni Einaudi erano belle (ndr.) |
Quando Quinto saliva alla sua villa, un tempo dominante la distesa dei tetti della città nuova e i bassi quartieri della marina e il porto,più in qua il mucchio di case muffite e lichenose della città vecchia, tra il versante della collina a ponente dove sopra gli orti s'infittiva l'oliveto, e, a levante, un reame di ville e alberghi verdi come un bosco, sotto il dosso brullo dei campi di garofani scintillanti di serre fino al Capo: ora più nulla, non vedeva che un sovrapporsi geometrico di parallelepipidi e poliedri, spigoli e lati di case, di qua e di là, tetti, finestre, muri ciechi per servitù contigue con solo i finestrini smerigliati dei gabinetti uno sopra l'altro.
Ok, questo qua sopra è un periodo unico. Ed è fluido. Mentre lo leggi non ti rendi conto neanche che non stai trovando interruzioni. A un certo punto diventa quasi una musica che ti accompagna alla fine del paragrafo. Qui siamo alla seconda pagina del libro. Letto questo mi sono bloccato e mi sono chiesto: "ma cosa cazzo ho letto fino ad ora? Per quale cazzo di motivo non ho letto prima questo libro? Cos'altro avevo di più importante da fare?". Ma questo non è ancora nulla. Leggete questa descrizione del protagonista che deve affrontare i debiti sui terreni posseduti:
A Quinto la preoccupazione di non aver al mondo neanche la decima parte dei quattrini necessari a pagarle e l'avito rancore contro il fisco degli agricoltori liguri parsimoniosi e antistatali, e poi l'ineliminabile rovello degli onesti d'essere loro soli massacrati dalle imposte «mentre i grossi, si sa, riescono sempre a scapolarsela», e ancora il sospetto che vi sia in quel labirinto di cifre un trabocchetto evitabile ma solo a noi sconosciuto, tutte queste turbe di sentimenti che le pallide bollette delle esattorie suscitano nei cuori dei più verginali contribuenti, si mischiavano con la coscienza d'essere un cattivo proprietario, che non sa far fruttare i propri averi e che in un'epoca di continui avventurosi movimenti di capitali, millantati crediti e giri di cambiali se ne sta mani in mano lasciando svalutare i suoi terreni.
Perché insieme al contratto (tutto con cifre posticce, come s'usa, per via del fisco), bisognava firmare una «scrittura privata» in cui figuravano le cifre vere ed era precisato il carattere della società con Caisotti per la costruzione della casa, che nel contratto appariva tutta in testa a lui. Invece, arrivati alla «scrittura privata» Caisotti si dimostrò pronto a favorire gli Anfossi in tutto e per tutto: propose anzi lui stesso degli accorgimenti perché la finanza non potesse trovarci nulla da ridire. E tutto questo faceva con risatine furbesche e strizzatine d'occhio, sollevando intorno a sé un pantano di complicità, tanto che la madre, che in queste cose non ci si ritrovava, s'azzardò a dire: - Ma non sarebbe meglio dichiarare le cose come stanno senza far tanti pasticci, anche se si paga qualche tassa in più? - Tutti le diedero sulla voce, gentilmente i legali, seccatamente il Caisotti e i figli, ma Quinto già s'era fatto l'idea che a complicare quella storia della «scrittura privata» il Caisotti avesse il suo tornaconto: forse pensava d'averli poi in sua mano, di vincolarli alla sua omertà.
Era una folta Italia in tailleur, in doppiopetto, l'Italia ben vestita e ben carrozzata, la meglio vestita popolazione d'Europa, quale contrato per le vie di *** con le comitive goffe e antiestetiche dei tedeschi inglesi svizzeri olandesi o belgi in vacanza collettiva, donne e uomini di variegata bruttezza, con certe brache al ginocchio, coi calzini nei sandali o con le scarpe sui piedi nudi, certe vesti stampate a fiori, certa biancheria che sporge, certa carne bianca e rossa, sorda al buon gusto e all'armonia anche nel cambiar colore. Queste falangi straniere che, avide dei bagni fuori stagione, prenotavano alberghi interi succedendosi in turni serrati da aprile a ottobre (ma meno in luglio e agosto, quando gli albergatori non concedono sconti alle comitive) erano viste dagli indigeni con una sfumatura di compatimento, al contrario di come una volta si guardava il forestiere, messaggero di mondi più ricchi e civilmente provveduti. Eppure, a incrinare la facile alterigia dell'italiano ben messo, disinvolto, lustro, esteriormente aggiornato sull'America, affiorava il senso severo delle democrazie del Nord, il sospetto che in quelle ineleganti vacanze si muovesse qualcosa di più solido, di meno provvisorio, civiltà abituate a concludere di più, il sospetto che ogni nostra ostentazione di prosperità non fosse che una facile vernice sull'Italia dei tuguri montani e suburbani, dei treni d'emigranti, delle pullulanti piazze di paesi nerovestiti: sospetti fugacissimi, che conviene scacciare in meno d'un secondo.
Questo libro è stato pubblicato nel 1963. Quanto siamo cambiati da allora? Quanto di questo complesso di superiorità e inferiorità misto a sindrome dell'impostore abbiamo superato? A me sembra ben poco. Siamo sempre quelli.
Serve rileggere Calvino.
Sapete cosa c'è di peggio di un cattivo cartonato, senza forti motivazioni che possano impattare empaticamente sullo spettatore? Un cattivo con forti motivazioni prive di senso logico. Ed è di questo di cui parliamo in Secret Invasion.
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| Fury che va in giro con un cappello in testa (ndr.) |
E arriviamo buoni ultimi sull'argomento ma tanto facciamo velocissimi. Eccovi il commento su Indiana Jones e il Coso del Destino.
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| Una locandina orribile btw (ndr.) |
Cosa mi è piaciuto: