domenica 12 aprile 2026

Expedition 33, Tolkien, Harry Potter, Whedon, Buffy e altre cose

 Se il titolo vi confonde non vi preoccupate: è normale. Io stesso sto iniziando questo post con solo una vaghissima idea di dove sto andando a parare e vedremo mano a mano che andiamo avanti quanto è profonda la tana del bianconiglio. Intanto però affrontiamo quello che è stata la mia ossessione/pensiero ricorrente/accompagnamento musicale fisso di questo inizio 2026: Clair Obscur: Expedition 33.

Probabilmente la cosa migliore fatta in Francia da Arcane o dalla Rivoluzione del 1789 (ndr.)
Expedition non ha bisogno della mia recensione ma facciamola lo stesso in breve. Si tratta chiaramente del punto di partenza di un nuovo franchise che se trattato bene ha tutte le premesse per stare nel pantheon dei Final Fantasy, dei The Witcher, dei Kingdom Hearts. Non esaltante dal punto di vista del gameplay (non ho assolutamente idea del perché inserire la schivata e il parry nei combattimenti a turni sia stato percepito come LAFIGATADEFINITIVAOMG) e con alcuni difettucci tecnici (le call degli attacchi sono inguardabili quando non totalmente assenti) è un assoluto capolavoro dal punto di vista di scrittura, impatto visivo e colonna sonora. Nessuno ha mai avuto dubbi che avrebbe vinto il goty 2025 e nessuno si è stupito quando è successo. Quindi ok, 10 su 10, bellissimo, capolavoro, giocatelo tutti, fine della recensione.
Qui però mi vorrei occupare di una questione particolare che non ho visto affrontata altrove. Probabilmente perché sono io che mi faccio i film su cose che interessano solo a me ma ci arriviamo fra poco. Parliamo del, anzi dei, finali.

Breve trama per chi proprio non sa un cazzo: la storia è ambientata in una Parigi alternativa, chiamata Lumière, che rappresenta la città fortezza di un mondo fantasy che ha subito l'apocalisse. Un mondo irto di pericoli e di creature mostruose chiamate Nevron su cui incombe una spada di Damocle chiamata "gommage". In un giorno specifico dell'anno, una mostruosa pittrice gigante in un lontanissimo (ma visibile ovunque) centro del continente, cancella e riscrive un numero enorme abbassandolo di un'unità. Tutte le persone con un età superiore al numero vengono cancellate (gommage) diventando petali di rosa. Ogni anno una spedizione di persone progressivamente sempre più giovani viene inviata a cercare una soluzione e siamo alla numero 33, quindi diciamo che il tempo è agli sgoccioli. Seguono numerose avventure sanguinosissime in cui scopriamo che l'intero mondo è un dipinto il cui autore, Verso Dessandre, è morto e in cui alcuni dei suoi familiari sono rimasti intrappolati perché non riescono ad affrontare il lutto della sua perdita.

Nel finale si chiede al giocatore di scegliere da che parte stare fra Verso e Maelle. 
Maelle (che in realtà si chiama Alice da cui l'evidente richiamo con il paese delle meraviglie) è la sorella dell'autore originale del quadro, morto per salvarle la vita nel corso di un incendio nella Parigi reale. Nella realtà è rimasta sfigurata dal fuoco, è stata privata dalla voce e vive nel rimorso e nel rimpianto. Vorrebbe solo perdersi nella realtà illusoria del dipinto in cui ha vissuto una seconda vita e i cui personaggi sono per lei ormai una seconda famiglia.
Verso è la versione dipinta, ricreata artificialmente del fratello morto. Ha scoperto la natura illusoria del mondo e sa che prima la madre, Aline, sia adesso sua sorella Alice, vi sono cadute dentro e non riescono a superare il lutto della sua scomparsa, preferendo morire anch'esse di fame e di consunzione piuttosto che tornare ai dolori della vita reale. Dopo cento anni che si arrovella sul problema, vivendo insieme ad altre versioni dipinte dei suoi familiari anch'essi intrappolati in questo vortice di relazione tossiche, ha deciso di farla finita e di eutanizzare il mondo insieme a se stesso per permettere ai familiari di tornare nel mondo reale e vivere le loro vite.
In altre parole qualunque cosa scelga, il giocatore rimarrà comunque con l'amaro in bocca. Da una parte vede scomparire tutti i personaggi a cui si è affezionato in 60 ore di gioco. Dall'altra permette il suicidio di una sedicenne depressa che invece di andare da uno psicologo ed elaborare il lutto ha preferito chiudersi nelle sue fantasie.

Ovviamente il finale giusto, ovvero quello che gli autori vorrebbero che i giocatori scegliessero, è quello di Verso. L'intero gioco è basato sul concetto di accettazione del dolore e l'abbraccio finale con cui i personaggi del mondo fantastico ti lasciano andare non fanno dubitare su quale sia la, seppur dolorosa, scelta corretta. E vorrei precisare che il dolore è parte del tutto voluta del finale. Chiunque abbia vissuto un lutto importante sa che l'elaborazione non ha niente a che fare col "superamento del dolore". Si tratta piuttosto di accettarlo come una parte di se stessi, come un tratto ineliminabile della nostra vita su cui continuare però a costruire invece di permettergli di distruggerti. Quindi neanche il finale di Verso è un happy ending e nessuno può mai intenderlo come tale.

Detto questo, vorrei però fare un altro discorso che parte dal vero motivo per cui io personalmente ho scelto innanzitutto il finale di Verso. Perché l'idea di permettere ai depressi di suicidarsi non mi piaceva ma non credo di aver basato la mia scelta su quello, quanto sul problema, che mi sta molto a cuore,  dell'autorialità delle opere d'arte. Lo so, non il concetto più politically correct da esprimere ma sono abbastanza sicuro che questo gioco parli anche di questo, anche se ovviamente in seconda o terza battuta.
Ora, il punto è che la famiglia Dessandre, a cui appartengono Verso, Maelle, Aline e via dicendo, è una famiglia di artisti. Pittori in questo caso, anche se Verso dichiara che inizialmente era più indirizzato alla carriera di musicista. Gli artisti di ogni genere (e ovviamente sono inclusi anche i produttori di videogiochi - wink wink) sono, come ci ricordava Tolkien che lo pensava un po' dell'essere umano in generale, innanzitutto creatori di mondi. Subcreatori come diceva lui che aveva in mente un Creatore un po' più ambizioso.
Il cuore dell’uomo non è fatto di menzogne, 
ma trae saggezza dall’unico Saggio,
e ancora lo ricorda. Sebbene ormai da tempo estraniato, 
l’uomo non è del tutto perduto né del tutto mutato. 
Privato della Grazia può esserlo, eppure non è detronizzato, 
e conserva i cenci della sovranità che un tempo possedeva, 
il suo dominio sul mondo per mezzo dell'atto creativo: 
non spetta a lui adorare il grande Artefatto. 
L’uomo, sub-creatore, la luce rifratta 
attraverso cui l’unico Bianco si scinde 
in molte tinte, e si combina all’infinito 
in forme viventi che si muovono di mente in mente. 
Sebbene abbiamo riempito ogni anfratto del mondo 
di elfi e goblin, sebbene abbiamo osato erigere 
dei e le loro dimore fatte di tenebra e luce, 
e seminato il seme dei draghi, era un nostro diritto 
(usato o abusato). Quel diritto non è svanito.
Creiamo ancora secondo la legge in base alla quale siamo stati creati.
J.R.R. Tokien, Mythopoeia, 1931

Essendo, nella visione cristiana, l'uomo creato a immagine e somiglianza del Dio creatore, anch'esso crea. Attraverso le proprie mani cambiando il mondo materiale e attraverso la mente, inventando idee, mondi, elfi, goblin e via dicendo. Ovviamente Tolkien rifiutava il passaggio fondamentale che invece Feuerbach aveva suggerito quasi un secolo prima che si può sintetizzare così: scusa John, tu dici che l'uomo è creatore perché creato a immagine e somiglianza di Dio. Ti è mai venuto in mente che forse è successo l'esatto contrario? Ma qui entriamo in un altro discorso.

Tornando ad Expedition, i membri della famiglia Dessandre sono pittori e come tali hanno il potere di creare mondi. Nelle loro tele si può entrare e letteralmente camminare nel mondo dipinto. Sappiamo che nel loro universo esiste anche la gilda concorrente degli scrittori, con poteri simili ma che si esprimono attraverso le parole. Capite quindi che Expedition è, in sé, un gioco di specchi. I membri della famiglia Dessandre entrano nelle tele da loro dipinte così come i giocatori entrano nella Lumière creata dalla casa produttrice di Expedition. La Lumière dipinta è incorniciata dalla Parigi fantastica in cui scrittori e pittori si danno battaglia che è incorniciata dal mondo reale in cui viviamo noi. Il videogiocatore, affezionandosi ai personaggi, si trova ad affrontare lo stesso destino di Maelle che non vuole che quel mondo svanisca. In un certo senso affronta anch'esso un lutto, dovendone accettare la scomparsa. Se ci pensate è qualcosa che accade a chiunque si trovi ad avere a che fare con un'opera artistica che lo appassioni. Si può restare per giorni, settimane, mesi, in alcuni casi (sto pensando alle serie televisive e alle serie di libri) anni, immersi in una creazione artistica ma prima o poi arriva sempre il momento della separazione o anche del lutto. Per quanto ci abbia appassionato, quella storia è finita e occorre lasciarsela alle spalle. Per questo ci piace tanto l'happy ending. È molto più facile lasciare qualcuno mentre è felice e sta bene. In generale ci si può illudere che rimarrà così per sempre e che quindi non dovremo mai piangerlo davvero. Non è un caso se tutte le fiabe finiscono con "e vissero felici e contenti".
Expedition nega questa realtà e non solo da un finale brutale ai personaggi ma fa proprio svanire con essi l'intero mondo. Di più, ti fa capire chiaramente che è quella la cosa giusta da fare e non altre. Nel congedarsi, Verso ricorda a Maelle che la sua vita, a differenza del mondo di Lumière, non è finita e che può creare altre cose. In un certo senso, lasciare che Lumière si spenga, insieme alla vita di Verso, permette la nascita di infinite altre creazioni originali che non sarebbero esistite, se Maelle fosse rimasta immersa nel ricordo del fratello.

E qui si arriva al motivo della mia scelta. Il punto fondamentale è che Lumière era il mondo di Verso e che Aline e Alice/Maelle lo stavano usando, continuando a pasticciarci sopra, per non accettarne la scomparsa. La questione filosofica di fondo riguarda l'autorialità dell'opera d'arte. Quando l'opera esiste, a chi appartiene e come è giusto usarla?
Le risposte possono essere varie e non sono io a poter avere la parola definitiva in merito, però posso dire la mia. Da una parte, ritengo che, una volta creata, l'opera d'arte abbia una vita propria. Può essere letta, giudicata, valutata, criticata, può dare origine a rimandi, lavori derivativi, dibattiti anche al di là e al di sopra della volontà dell'autore. Se così non fosse, non potremmo leggere l'Eneide, che Virgilio voleva fosse bruciata o non potremmo lavorare filologicamente su Fermo e Lucia che Manzoni considerava una variante minore e acerba del suo lavoro. Dall'altra parte, credo sia estremamente sbagliato pretendere di appropriarsene. Si tratta di una forma possessività che se riguardasse le persone non esiteremmo a definire amore tossico.

Prendiamo il caso di Harry Potter. C'è gente cresciuta con i libri prima e con i film poi, che ha basato parti intere della propria personalità sulla saga. Persone che si sono talmente affezionate ai personaggi da offendersi personalmente quando l'autrice autorizza una rappresentazione teatrale con Hermione nera, quando rivela che Silente è gay o quando si rivela transfobica su twitter. E qui non voglio neanche entrare nel dibattito su quanto faccia cagare la Rowling o su quanto sia utile il boicottaggio perché sto parlando di altro. Prendere l'opera d'arte e considerarla un'estensione dell'autore, tanto da temere la contaminazione come se invece di un libro per adolescenti si avesse in mano l'Unico Anello di Sauron, e appropriarsene ritenendola propria da piegare ai propri desideri e necessità emotive augurandosi in cuor proprio che l'autore stesso sparisca in modo che non possa più disturbare la propria visione del suo lavoro, sono due facce dello stesso atteggiamento malato. Di un parassitismo emotivo che rifiuta di accettare la finitezza delle cose che ci circondano, siano esse libri, film, persone o momenti della propria vita. La verità è che tutto finisce, tutto è limitato e noi con esso.

In questi giorni è uscita la notizia che il sequel di Buffy è stato annullato. È stata una notizia che ha suscitato sentimenti contrastanti. Da una parte chi ha tirato un sospiro di sollievo perché tanto sarebbe stata una merda, meglio tenermi il bel ricordo. Dall'altra chi ha pianto e accusato di maschilismo randomico la dirigenza di Hulu perché Sarah Michelle Gellar ha detto che è colpa di un dirigente che si è vantato di non aver mai visto Buffy e sicuramente avranno detto no perché c'era una regista femmina, figurati, se l'ha detto Buffy deve essere vero.
A me personalmente viene in mente che se hanno detto di no a un pilot già pronto e girato con folle di fan pronte a guardarsi la qualunque per pura nostalgia, quel pilot doveva fare tanto ma davvero cagare. Dall'altra parte non ho mai condiviso l'operazione in generale per un motivo molto semplice: mancava l'autore. Buffy è Joss Whedon. Chiunque ne abbia seguito la carriera nel corso degli anni sa quanto c'è del suo modo di raccontare, del suo modo di scrivere i dialoghi, della sua visione, nella serie originale. Ed escluderlo perché in questo momento è persona non grata, non può che portare alla tragedia. Anche qui, stesso atteggiamento malato: appropriarsi dell'opera perché l'autore non ci piace. Tutto legale eh, perché il copyright funziona così, ma rimane il fatto che non siete Whedon e la vostra Buffy e il mondo che le sarebbe cresciuto attorno non sarebbe stato altro che una fanfiction dell'originale. Sareste stati Maelle che continuava a pasticciare sul quadro di Verso perché incapace di staccarsene abbastanza dal creare qualcosa di proprio.

Le storie finiscono. Le persone muoiono. I libri raggiungono un termine dopo il quale i personaggi vanno lasciati.
Accettatelo e andate avanti a creare qualcosa di vostro invece di continuare a vivere nel passato.

Non vedo l'ora di giocare il prossimo Clair Obscur.

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